L’ultima settimana di gennaio è stata una settimana difficile per il biglietto verde. Dopo aver toccato martedì i minimi degli ultimi quattro anni a quota 95,86 sull’indice DXY, il dollaro ha tentato un timido recupero mercoledì sulla scia delle rassicurazioni del Segretario al Tesoro Scott Bessent, per poi trovare nuovo slancio venerdì con l’annuncio della nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Un mini-rally che ha riportato l’indice sopra quota 96, ma che non cancella un dato inequivocabile: il dollaro ha perso quasi il 10% nel 2025 e continua a scivolare anche nel 2026, con un ulteriore 2% di calo nel solo mese di gennaio.
Eppure, dietro questa debolezza apparentemente tecnica si nasconde un paradosso politico e una serie di rischi che potrebbero trasformare quello che per alcuni è un vantaggio competitivo in un vero e proprio problema sistemico.
La prima contraddizione emerge chiaramente dall’amministrazione Trump. Da un lato, il presidente ha accolto con favore il calo del dollaro, definendolo “fantastico” quando gli è stato chiesto se fosse preoccupato per la discesa della valuta. Una posizione coerente con la sua visione economica: un dollaro debole rende le esportazioni americane più competitive sui mercati globali, riducendo il deficit commerciale che tanto sta a cuore alla Casa Bianca.
Dall’altro lato, però, c’è , Segretario al Tesoro, che mercoledì scorso è dovuto intervenire per spegnere le speculazioni sempre più insistenti su un possibile intervento coordinato USA-Giappone per vendere dollari contro yen. “Assolutamente no”, ha tagliato corto Bessent in un’intervista a CNBC, ribadendo che “gli Stati Uniti hanno sempre avuto una politica di dollaro forte, che significa creare i giusti fondamentali”. Una precisazione che ha temporaneamente sostenuto la valuta, ma che suona in netto contrasto con l’entusiasmo presidenziale per un greenback debole.
Questo disallineamento non è solo retorico. Riflette un’incertezza più profonda sulla direzione della politica economica americana, e i mercati non amano l’incertezza.
In teoria, un dollaro debole dovrebbe essere una benedizione per l’economia americana. Le esportazioni diventano più competitive, le multinazionali americane vedono aumentare il valore dei profitti realizzati all’estero, e il deficit commerciale – almeno sulla carta – dovrebbe ridursi. È la logica che ha guidato per decenni le politiche di svalutazione competitiva di Paesi come la Cina e il Giappone, strategie che hanno sempre irritato Washington.
Ma come ha sottolineato Mike Dolan, analista di Reuters, in un commento diffuso settimana scorsa: “Bisogna stare attenti a ciò che si desidera”. Un dollaro debole apre infatti un vero e proprio vaso di Pandora per i mercati globali. E i rischi sono molteplici.
Il primo, e forse più immediato, riguarda l’inflazione. Un dollaro più debole rende più costose tutte le importazioni – e gli Stati Uniti importano praticamente di tutto, dal cibo all’elettronica, dai vestiti alle materie prime. In un momento in cui l’inflazione è ancora sopra il target del 2% della Fed e i tariff trumpiani stanno già spingendo verso l’alto i prezzi al consumo, un dollaro debole rischia di amplificare proprio l’effetto che l’amministrazione vuole combattere. Come ha notato Jane Foley, responsabile strategia FX di Rabobank, “un dollaro più debole potrebbe aumentare l’aspetto inflazionistico per i consumatori americani”, rendendo i dazi ancora più dolorosi.
Ma c’è un rischio ancora più sottile, di cui si parla poco ma che potrebbe avere conseguenze sistemiche. Lo ha evidenziato Ben Pearson, responsabile globale del trading sui tassi a breve termine del G11 di UBS, in un briefing con i giornalisti pochi giorni fa.
Gli investitori stranieri, sempre più preoccupati dalla volatilità e dall’incertezza politica americana, stanno aumentando la copertura (hedging) dei loro asset denominati in dollari. Secondo le stime di Barclays, attualmente circa il 48% degli asset statunitensi detenuti da investitori esteri è coperto. Ma se questa percentuale dovesse aumentare anche solo del 5% – uno scenario tutt’altro che improbabile in un contesto di crescente sfiducia – si parlerebbe di circa 1,5 trilioni di dollari di vendite sul mercato valutario.
“La questione”, ha spiegato Pearson, “è la capacità strutturale”. Il mercato forex, pur essendo il più liquido al mondo con circa 10 trilioni di dollari di volumi giornalieri, potrebbe faticare ad assorbire un’ondata improvvisa e massiccia di hedging. Le banche che forniscono questi servizi potrebbero dover liberare rapidamente capitali significativi chiudendo altre posizioni per soddisfare la domanda dei clienti. E qui emerge uno scenario inquietante: “La domanda è se ci sia uno scenario in cui i limiti di capacità portino i dealer a fare scelte difficili su quali clienti possano accedere ai loro bilanci e quali potenzialmente no”, ha aggiunto Pearson.
In altre parole, in un momento di stress estremo, non tutti riuscirebbero a proteggersi. Un problema che potrebbe amplificare ulteriormente la volatilità e creare tensioni sistemiche.
La nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed, annunciata venerdì, ha dato una boccata d’ossigeno al dollaro. I mercati vedono in Warsh un falco – un sostenitore tradizionalmente di tassi più alti per controllare l’inflazione – e questo ha contribuito al recupero della valuta.
Ma anche qui c’è un paradosso. Warsh ha recentemente allineato le sue posizioni a quelle di Trump, sostenendo la necessità di tassi più bassi. Il suo argomento: una riduzione aggressiva del bilancio della Fed libererebbe spazio per tagliare i tassi senza alimentare l’inflazione. Una tesi che molti economisti contestano, ma che ha il merito politico di offrire a Trump una narrazione coerente.
Resta il fatto che la reputazione da falco di Warsh rassicura i mercati: un governatore Fed credibile e rispettoso dell’indipendenza dell’istituzione dovrebbe, almeno in teoria, evitare “trade di svalutazione del dollaro” e un eccessivo appiattimento della curva dei rendimenti. Come ha notato Evelyne Gomez-Liechti, strategist di Mizuho International, “Warsh è visto come credibile e rispettoso dell’indipendenza della Fed – qualcosa che dovrebbe aiutare a evitare trade di svalutazione del dollaro”.
La situazione del dollaro rimane delicata. Da un lato, i fondamentali economici americani restano solidi: la crescita tiene, il mercato del lavoro è stabile, e i rendimenti dei Treasury – anche se in calo – rimangono più alti di quelli europei o giapponesi, il che dovrebbe limitare il ribasso del dollaro. Dall’altro, l’incertezza politica, le pressioni sulla Fed, i timori fiscali e la possibilità di ulteriori tagli dei tassi continuano a pesare sulla valuta.
Gli analisti prevedono ulteriore volatilità. Morgan Stanley stima che il dollaro potrebbe scendere fino a 94 nel secondo trimestre prima di recuperare a fine anno. Altri vedono un pattern simile: debolezza nella prima metà dell’anno, recupero nella seconda.
Ma il vero nodo da sciogliere è quello della fiducia. Un dollaro debole può essere gestito se è il risultato di una politica coordinata e trasparente. Diventa un problema quando è il sottoprodotto di un’incertezza politica crescente e di messaggi contraddittori dall’amministrazione. E in un mondo in cui il dollaro rimane la valuta di riserva globale – rappresentando ancora il 57% delle riserve mondiali – la stabilità conta più della competitività a breve termine.
Per i consumatori americani, intanto, il messaggio è chiaro: se il dollaro continua a indebolirsi, preparatevi a vedere prezzi più alti, non solo per i beni importati, ma per tutto ciò che dipende da supply chain globali. E questo, in un anno elettorale, potrebbe diventare il vero problema politico dell’amministrazione Trump.
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