Azionario: diversificare, diversificare e diversificare.
Leggendo le innumerevoli analisi e previsioni per il 2026, il punto sul quale sembra esserci un generale consenso è che i grandi market mover del nuovo anno saranno sostanzialmente gli stessi che hanno guidato il 2025: mosse di politica monetaria, evoluzione dei rapporti internazionali, la corsa verso la profittabilità del settore IA. Se lo scenario di base dovesse trovare conferme, nei prossimi mesi dovremmo trovarci di fronte ad un costo del denaro in ribasso, una spinta verso gli investimenti aziendali e una normalizzazione (o un progressivo adattamento) per quel che riguarda il commercio internazionale.
La logica conseguenza di tutto questo sarebbe una prosecuzione del rialzo azionario visto nell’ultimo triennio, ma con una piccola, ma fondamentale, differenza: i margini di crescita sono più ristretti e l’azionario statunitense continua ad avere valutazione molto elevate. Per non perdere il treno, ma allo stesso tempo per non rimanere con troppe uova nello stesso paniere, gli analisti ripetono quello che sembra il vero e proprio mantra del 2026: diversificare, diversificare e diversificare. Una mantra che si traduce non solo in una diversificazione geografica, ma anche e forse soprattutto settoriale. Se l’IA ha tirato sul fronte investimenti sino a qui, infatti, è possibile che altri settori possano ora provare a recuperare il gap.
Bond: esame di maturità per le economie emergenti.
Sospinto da un 2025 decisamente positivo, l’obbligazionario delle economie emergenti potrebbe essere protagonista anche nell’anno appena iniziato. Paradossalmente il punto di forza del comparto potrebbe essere il disimpegno da parte degli investitori istituzionali esteri. Stando a quanto riporta l’agenzia Bloomberg, nel 2025 gli investitori esteri in possesso di obbligazioni messicane sono calati all’11% del totale, mentre la quota di debito indonesiano posseduta da portafoglio internazionali è scesa al 14% dal 40% dell’anno precedente. Tendenze simili si sono registrate per quel che riguarda altre economie emergenti, come l’India e il Sud Africa.
Una minor presenza di investitori esteri nel debito nazionale significa, in primis, meno volatilità per la moneta locale e più stabilità per i prezzi delle obbligazioni. La domanda interna, poi, sembra non mancare (i bond indonesiani hanno registrato un 2025 in rally nonostante il calo di investitori esteri) e si caratterizza per l’assenza del rischio valuta e una tendenza a detenere i titoli a lungo termine.
Materie prime: il suono del metallo
Il 2025 è stato decisamente l’anno dell’oro e per molti analisti il 2026 potrebbe confermare questa tendenza: la domanda rimane sostenuta sia da parte delle banche centrali che da parte degli investitori alla ricerca di diversificazione. Un dollaro che dovrebbe mantenersi debole, anche sulla spinta delle scelte di politica monetaria della FED, unito a un’inflazione tutto sommato sotto controllo sono due ulteriori elementi che giocano a favore del lingotto e dei metalli preziosi in generale.
Nelle varie analisi non sembrano meno interessanti anche gli altri metalli, vale a dire quelli industriali; a partire dal rame e dall’alluminio, metalli caratterizzati da domanda sostenuta e da un’offerta non sempre in grado di tenere il passo. Il caso Venezuela non dovrebbe spostare di molto le aspettative sui prezzi del petrolio, anzi un’eventuale aumento della produzione per venire incontro ai desiderata statunitensi potrebbe deprimere ulteriormente il prezzo del barile, alle prese con un mega surplus di offerta.
Il super cigno nero: USA e Cina ai ferri corti
C’è un super cigno nero che si aggira nelle per nulla placide acque di questo inizio 2026. La mossa statunitense sul Venezuela è stata vista da molti come una risposta muscolare alla presenza sempre più pervasiva degli interessi della Cina nel Sud America. Le esercitazioni cinesi attorno a Taiwan a fine 2025 ci hanno ricordato quale sia l’obiettivo a medio termine di Pechino, una mossa non solo politicamente e militarmente significativa, ma soprattutto economicamente fondamentale per dare all’economia del paese una nuova prospettiva di crescita.
USA e Cina si confrontano a distanza da molti anni, ma se questo confronto valicasse i limiti del negoziato politico e delle avvisaglie militari per interposti paesi e diventasse scontro aperto, le conseguenze per l’economia mondiale sarebbero pesantissime.
Foto di Vilius Kukanauskas







