Rieccoli! I dazi USA tornano protagonisti in una giornata, quella di oggi, che potrebbe vedere la Corte Suprema pronunciarsi sulla loro legittimità. Ma andiamo con ordine. Proprio ieri è stato diffuso un dato macroeconomico (a proposito, la nostra K Briefing torna da lunedì prossimo…) che fotografa, in modo emblematico, uno degli effetti più immediati della politica commerciale dell’amministrazione Trump: il deficit commerciale degli Stati Uniti è sceso nel mese di ottobre 2025 a 29,4 miliardi di dollari, il livello più basso dal giugno 2009.
Una notizia che in apparenza sembrerebbe confermare l’efficacia dei dazi imposti nel corso del 2025, ma dietro questo dato si cela una dinamica ben più complessa e rivelatrice. Il calo delle importazioni, pari al 3,2%, è stato determinato in modo preponderante dal settore farmaceutico, con una contrazione di ben 14,3 miliardi di dollari rispetto a settembre.
Non si tratta di un normale andamento di mercato, ma della diretta conseguenza dell’annuncio, poi sospeso, di una tariffa al 100% sui medicinali. Le aziende, anticipando la misura, avevano fatto incetta di farmaci in settembre, creando un vuoto nelle importazioni di ottobre. Un esempio perfetto di come le tariffe, ancora prima di essere applicate, riescano a distorcere i flussi commerciali naturali e a generare oscillazioni artificiali nei dati economici.
Raccontata la notizia in questi termini, appare chiaro come il tema dei dazi continui a essere una spina nel fianco per l’economia statunitense. Sebbene nell’ultima tornata di trimestrali la parola tariffe sia stata pronunciata con meno frequenza rispetto alle occasioni precedenti, convivere con le politiche commerciali di Trump rimane complicato e fonte di profonda incertezza. Un’incertezza che è figlia non solo dell’imprevedibilità delle mosse della Casa Bianca, ma anche di altre due variabili di non poco conto: l’imminente decisione della Corte Suprema e la crescente complessità tecnica nell’applicazione dei dazi.
Partiamo dalla Corte Suprema, il cui primo giorno utile del 2026 per emettere sentenze è proprio oggi, venerdì 10 gennaio. Al centro della questione c’è la legittimità giuridica dei dazi imposti dall’amministrazione Trump attraverso l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che conferisce al presidente il potere di dichiarare emergenze economiche senza però menzionare esplicitamente le tariffe come strumento. Durante l’udienza di novembre, alcuni membri chiave della Corte Suprema hanno espresso scetticismo sulla legittimità di questa interpretazione, aprendo la strada a una possibile bocciatura dei dazi USA. Le cifre in gioco sono enormi: fino al 14 dicembre, l’amministrazione aveva già raccolto circa 133 miliardi di dollari di dazi in base a questa autorità d’emergenza, su un totale di oltre 200 miliardi di dollari complessivi di entrate tariffarie nel 2025.
Se la Corte dovesse dichiarare illegali questi dazi, si aprirebbe uno scenario inedito: non solo potrebbero essere sospesi i dazi futuri basati su questa norma, ma secondo l’agenzia Bloomberg oltre mille aziende sono già pronte a chiedere il rimborso delle somme versate, con un potenziale impatto fiscale devastante per il governo federale. Tra queste figurano colossi come Costco, EssilorLuxottica e Goodyear, oltre a centinaia di imprese più piccole che hanno fatto causa all’amministrazione nei primi giorni del 2026.
La seconda fonte di incertezza, forse meno visibile ma altrettanto insidiosa, riguarda la complessità tecnica nell’applicazione dei dazi. Il documento di riferimento per gli importatori è il cosiddetto Harmonized Tariff Schedule of the United States, una sorta di manuale tariffario che elenca in modo dettagliato le aliquote applicabili per ogni categoria merceologica.
L’edizione 2026, appena rilasciata, conta oltre 4.500 pagine, con un aumento di più di 100 pagine rispetto all’anno precedente e ben 800 pagine in più rispetto al 2017, quando Trump iniziò il suo primo mandato. Ma non si tratta solo di un aumento di volume: secondo Scott Lincicome del Cato Institute, il numero di misure tariffarie diverse che le imprese devono gestire è salito da tre nel 2017 a diciassette oggi. Molte di queste modifiche si concentrano nel Capitolo 99 del tariffario, dedicato alle “modifiche temporanee stabilite in base alla legislazione commerciale”, un eufemismo per indicare la raffica di ordini esecutivi firmati da Trump nel 2025. Ogni voce merceologica, dalle bobine di accensione alle terne idrauliche, viene elencata con un codice statistico che rimanda a tariffe diverse, creando un labirinto burocratico che richiede consulenze specializzate e aumenta i costi amministrativi delle imprese ben oltre l’onere diretto dei dazi stessi. Il manuale ha subito oltre trenta revisioni nel corso del solo 2025, rendendo ancora più complicato per le aziende tenere il passo con i continui cambiamenti normativi.
La questione si complica ulteriormente se si considera che una decisione negativa della Corte Suprema potrebbe rendere necessario modificare centinaia di voci del tariffario in tempi rapidissimi, con l’amministrazione Trump già pronta a sostituire i dazi bocciati con nuove misure basate su altre leggi. Si creerebbe così un ulteriore caos burocratico proprio nel momento in cui le imprese stanno cercando di adattarsi al nuovo panorama commerciale. Come ha sottolineato Henrietta Treyz di Veda Partners, anche il processo di rimborso, qualora la Corte dovesse ordinarlo, sarà lungo, complesso e disseminato di contenziosi legali, senza alcuna garanzia che le aziende vedano rapidamente restituiti i fondi versati.
In conclusione, la questione dazi rimane un elemento centrale nel dibattito economico statunitense, ma con sfumature che vanno ben oltre il semplice confronto tra protezionismo e libero scambio. La modalità scelta dalla Casa Bianca, che ha bypassato il Congresso e si è basata su fondamenta giuridiche instabili, rischia di alimentare l’incertezza e di ritardare quel processo di adattamento al nuovo mondo commerciale che da più parti gli analisti dicono stia muovendo i primi passi. Le imprese si trovano schiacciate tra l’imprevedibilità politica, l’incertezza legale e una burocrazia tariffaria sempre più complessa: tre ostacoli che, sommati al peso economico dei dazi stessi, rendono la convivenza con le tariffe di Trump una sfida sempre più ardua.






