Il 2025 resterà negli annali come un anno di profonde trasformazioni per il commercio globale. I dazi imposti dall’amministrazione Trump hanno ridisegnato le rotte commerciali, mentre le tensioni sul Mar Rosso hanno continuato a mettere sotto pressione le catene di approvvigionamento. Ma cosa possiamo aspettarci per il 2026? Le previsioni delle istituzioni internazionali ci offrono una fotografia complessa, fatta di luci e ombre.
Partiamo dai dati più recenti. Il Barometro del Commercio della WTO, pubblicato a fine novembre, dipinge un quadro di moderazione dopo la corsa della prima metà del 2025. L’indice è sceso a 101.8 a settembre, rispetto al 102.2 di giugno, segnalando un rallentamento nei volumi di scambio. Questo calo era in qualche modo prevedibile: gran parte della crescita registrata nei primi sei mesi dell’anno è stata drogata dal cosiddetto frontloading, ovvero dalle importazioni anticipate da parte di aziende e consumatori che volevano evitare l’impatto dei nuovi dazi. Una volta esaurito questo effetto, la realtà si è manifestata con maggiore chiarezza.
Gli indicatori settoriali confermano questa tendenza. Il commercio di materie prime agricole è già in contrazione, con un indice a 98.0, sotto la soglia di crescita. Anche il trasporto aereo e quello marittimo via container hanno visto rallentare i loro indici a 102.7 e 101.7 rispettivamente. Persino settori strategici come l’automotive e l’elettronica, pur rimanendo sopra la media, hanno registrato una stagnazione negli ultimi tre mesi. L’unico segnale positivo viene dall’indice degli ordini di esportazione, che ha superato quota 100 nel secondo trimestre, suggerendo un certo slancio per le esportazioni globali, anche se l’incertezza politica continua a pesare sulle decisioni di investimento delle imprese.
Il Trade and Development Report 2025 dell’UNCTAD aggiunge ulteriori elementi di riflessione. Il documento sottolinea come la crescita globale stia perdendo slancio, con una previsione del 2.6% sia per il 2025 che per il 2026, ben al di sotto della media pre-pandemia. I Paesi in via di sviluppo, pur rimanendo i principali motori dell’economia mondiale con il 70% della crescita globale, vedranno un rallentamento, passando dal 4.3% del 2025 al 4.2% nel 2026. L’Europa e gli Stati Uniti navigano in acque ancora più difficili, con tassi di espansione che faticano a superare l’1.5%.
Ma è la dimensione finanziaria del commercio internazionale a rivelare le maggiori vulnerabilità. Il rapporto evidenzia come oltre il 90% del commercio mondiale dipenda dal sistema bancario e finanziario internazionale, creando una profonda asimmetria: mentre le reti di fornitori si sono diversificate e decentralizzate, l’infrastruttura finanziaria che sostiene gli scambi rimane fortemente concentrata. Questa disparità amplifica l’impatto delle decisioni di politica monetaria delle grandi economie, in particolare degli Stati Uniti, sui Paesi in via di sviluppo, che si trovano esposti a volatilità nei flussi di capitale e nei tassi di cambio.
Il dollaro continua a dominare la scena, rappresentando circa la metà del commercio internazionale e l’89% delle transazioni valutarie globali. Questa centralità comporta vantaggi per gli Stati Uniti ma crea fragilità per chi dipende dal finanziamento in dollari: un apprezzamento della valuta americana può trasformare debiti gestibili in crisi di liquidità per governi e imprese dei mercati emergenti. Nel 2025, più della metà dei Paesi a basso reddito si trova già in difficoltà debitoria o a rischio elevato.
Guardando al futuro, il 2026 si prospetta come un anno di consolidamento piuttosto che di ripresa vigorosa. La crescita del commercio internazionale rimarrà probabilmente contenuta, condizionata dai nuovi equilibri tariffari, dall’incertezza politica persistente e dalle condizioni finanziarie ancora restrittive. I Paesi che riusciranno a diversificare i propri mercati di esportazione e a rafforzare l’integrazione regionale saranno in posizione migliore per assorbire gli shock esterni. Le economie asiatiche, guidate da Cina e India, continueranno a rappresentare il baricentro della crescita globale, mentre l’Africa e l’America Latina dovranno fare i conti con margini di manovra fiscale ridotti e costi del debito elevati.
In sintesi, il 2026 si configura come un anno di transizione, dove le conseguenze delle tensioni commerciali del 2025 continueranno a farsi sentire. La sfida sarà quella di trovare un nuovo equilibrio tra frammentazione e integrazione, tra sovranità nazionale e cooperazione internazionale. In questo contesto, il commercio mondiale non tornerà ai ritmi pre-crisi, ma potrebbe comunque trovare percorsi di resilienza attraverso l’innovazione, la diversificazione e il rafforzamento delle relazioni regionali. Molto dipenderà dalla capacità delle istituzioni multilaterali di facilitare il dialogo e dalla volontà politica di evitare ulteriori escalation protezionistiche.
Foto di Kevin Schwarz






