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Una Fed divisa potrebbe essere la nuova normalità?

L’ultima riunione della Fed ha evidenziato in maniera ancora più netta le divisioni all’interno del board, una condizione che potrebbe diventare la nuova normalità.

Mercoledì scorso la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il range per i Fed Funds al 3,5%-3,75%. Una decisione in linea con le attese, ma con una votazione che è stato tutt’altro che unanime: 9 membri a favore, 3 contrari. Tre dissidenti divisi tra chi voleva tagliare di più (50 punti base) e chi avrebbe preferito non tagliare affatto.

Da una parte Stephen Miran, in linea con i desiderata della Casa Bianca, ha votato per un taglio più aggressivo, sostenendo che l’economia necessiti di maggiore sostegno. Dall’altra, Austan Goolsbee (presidente della Fed di Chicago) e Jeffrey Schmid (presidente della Fed di Kansas City) hanno espresso a loro preferenza per mantenere i tassi invariati, preoccupati dall’inflazione che rimane ostinatamente sopra il target del 2%. Una spaccatura che fotografa perfettamente la complessità del momento: un mercato del lavoro che mostra segni di debolezza (forse maggiori di quelli che i numeri pubblicati evidenziano) ma un’inflazione che non vuole saperne di scendere.

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Le proiezioni economiche pubblicate insieme alla decisione confermano la cautela. Il cosiddetto “dot plot” – la matrice che mostra le aspettative individuali dei membri del FOMC sui tassi futuri – indica un solo taglio previsto per il 2026. Ma anche qui le divisioni emergono con forza: oltre ai tre dissidenti ufficiali, altri quattro membri non votanti hanno espresso “soft dissents“, segnalando di non essere d’accordo con la decisione. In pratica, sette su diciannove partecipanti alla riunione (votanti e non) hanno voluto sottolinerare un percorso diverso da quello ufficiale.

Jerome Powell, nella conferenza stampa successiva, ha ammesso che, testuali parole, “le discussioni che abbiamo sono tra le migliori degli ultimi 14 anni, molto ponderate e rispettose, ma ci sono persone con opinioni forti”. Ha sottolineato che la Fed è “ben posizionata per aspettare e vedere come evolve l’economia”, un modo elegante per dire che la strada da qui in avanti sarà molto più accidentata.

Questa difficoltà nel raggiungere un consenso non è un fenomeno esclusivamente americano. Lo scorso agosto, la Bank of England si è trovata in una situazione senza precedenti nella sua storia centenaria: per la prima volta il Monetary Policy Committee non è riuscito a raggiungere una maggioranza al primo voto. Quattro membri volevano tagliare i tassi di 25 punti base, quattro preferivano mantenerli invariati, e uno – Alan Taylor – spingeva per un taglio più aggressivo di 50 punti base. Il governatore Andrew Bailey è stato costretto a convocare una seconda votazione, nella quale Taylor ha modificato la sua posizione unendosi ai fautori del taglio da 25 punti, permettendo così di raggiungere una maggioranza di 5-4.

Se queste divisioni sono diventate più frequenti nelle banche centrali di tutto il mondo, per la Federal Reserve il tema assume una rilevanza ancora maggiore. Due i motivi principali.

Primo, la Fed vigila sul principale sistema finanziario mondiale e sulla valuta che, nonostante tutto, rimane il punto di riferimento globale. Le sue decisioni hanno ripercussioni immediate su mercati, economie e politiche monetarie in ogni angolo del pianeta. Quando la Fed è divisa, l’incertezza si propaga velocemente.

Secondo, la pressione politica sull’istituto è destinata ad aumentare nei prossimi mesi. Il mandato di Jerome Powell come presidente scade a maggio 2026, e Trump ha già fatto capire di voler nominare un successore più allineato alla sua visione di tassi “molto più bassi”. Il favorito, secondo i mercati predittivi (con probabilità superiori all’80%), è Kevin Hassett, attuale direttore del National Economic Council alla Casa Bianca.

Hassett, 63 anni, economista con un curriculum di tutto rispetto (ha ricoperto il ruolo di presidente del Council of Economic Advisers durante il primo mandato di Trump), è un leale alleato del presidente. Ha dichiarato pubblicamente che “taglierebbe i tassi subito” se fosse al posto di Powell, una posizione che rispecchia perfettamente le pressioni della Casa Bianca. La sua eventuale nomina, tuttavia, solleva interrogativi sull’indipendenza della banca centrale – un principio fondamentale per la credibilità della Fed sui mercati internazionali.

Una certa dialettica interna a un board così importante è fisiologica, anzi salutare. Le decisioni di politica monetaria non sono matematica pura: richiedono giudizio, interpretazione dei dati, valutazione dei rischi. È giusto che ci siano opinioni diverse, e che queste vengano espresse e discusse.
Il rischio, però, è che queste divisioni si trasformino in incertezza per i mercati e i consumatori. Quando sette membri su diciannove non sono d’accordo con la decisione presa, quando la banca centrale deve scegliere tra il rischio di una recessione e quello di un’inflazione persistente, e quando la pressione politica si fa sempre più forte, la credibilità dell’istituzione può essere messa in discussione.

Dobbiamo quindi attenderci una Fed più frammentata nei prossimi mesi. E se la nomina di Hassett dovesse concretizzarsi, le tensioni tra indipendenza della banca centrale e volontà politica potrebbero diventare il tema dominante del 2026. In un mondo in cui le decisioni della Fed muovono trilioni di dollari in pochi istanti, non è un dettaglio trascurabile.

Foto Federal Reserve

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