Renault ha collocato 159 miliardi di yen (circa 999 milioni di dollari) di Samurai bond, la sua seconda emissione più grande di sempre sul mercato giapponese. Di questi, 100 miliardi sono destinati ai risparmiatori retail. Le note a scadenza 2030 offrono un rendimento del 3,02%, superiore al 2,775% dei titoli di Stato giapponesi a dieci anni.
Renault non è un caso isolato. E questa la vera notizia. Le emissioni in yen da parte di emittenti stranieri hanno più che triplicato dall’inizio dell’anno, raggiungendo circa 1.700 miliardi di yen al 21 maggio, contro i 456 miliardi dello stesso periodo del 2025 — il livello più alto degli ultimi sette anni. Tra i nomi recenti spicca Alphabet, che ha raccolto 576,5 miliardi di yen attraverso la sua prima emissione Samurai in assoluto, stabilendo il record per un emittente straniero sul mercato giapponese.
Perché tutta questa attività? Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto bisogna ricordare che il dollaro rimane sotto pressione e diversificare le fonti di finanziamento è diventata una priorità strategica per le grandi multinazionali. Un’altra ragione può essere ricercata nel particolare momento del mercato obbligazionaro giapponese: una fase di forte volatilità e con la curva dei rendimenti in marcato irripidimento. La conseguenza è che gli investitori locali si guardano attorno alla ricerca di alternative di rendimento più stabili rispetto ai titoli di Stato. Infine, punto non meno importante, gli investitori giapponesi — assicurazioni vita, fondi pensione — hanno una domanda strutturale di asset a lungo termine denominati in yen con rendimenti superiori ai JGB, e le emissioni di emittenti corporate solidi soddisfano esattamente questo bisogno.
Il risultato è un mercato in cui tutti trovano sembrano trovare convenienza: gli emittenti dei samurai bond ottengono liquidità a costi competitivi, gli investitori giapponesi ottengono un buon rendimento senza uscire dalla propria valuta.






