In questi ultimi anni, sotto molti punti di vista, il mondo sta in qualche modo rovesciandosi. Se solo pensiamo a poco più di dieci anni fa, la Grecia era alle prese con interventi pesantissimi per evitare il default, l’Italia varava governi tecnici per controbattere alle sfuriate dello spread, mentre alunni ordinati come Germania e Francia ci guardavano con mal celato disprezzo.
Oggi lo scenario è completamente diverso. L’Italia sta emergendo come uno dei paesi più stabili e responsabili sul fronte dei conti pubblici – così dicono le agenzie di rating e i mercati finanziari. La Grecia sta per rientrare dalla porta principale nei palazzi che contano a Bruxelles: Kyriakos Pierrakakis, infatti, ministro greco delle Finanze, sarà il presidente dell’Eurogruppo per i prossimi due anni e mezzo. Quelle che erano prime della classe ora sembrano decisamente in difficoltà.
In questo mondo rovesciato non poteva non incuriosirci un recente intervento sul CEPR di Laurence Kotlikoff, professore di economia alla Boston University, insieme a colleghi della Banca d’Italia e della Luiss. Lo studio ribalta una narrazione consolidata: gli Stati Uniti potrebbero essere in condizioni fiscali peggiori dell’Italia.
Prima di entrare nel merito dello studio, vale la pena fare un breve punto sulla situazione fiscale statunitense. Il rapporto debito/PIL è al 123%, certamente elevato ma apparentemente più gestibile del 135% italiano. Tuttavia, le preoccupazioni sono cresciute sulla scorta delle promesse elettorali di Trump: ulteriori tagli fiscali, aumento della spesa per difesa e infrastrutture, il tutto senza chiari piani di copertura. Il Congressional Budget Office stima che il deficit federale continuerà a crescere nei prossimi decenni, trainato principalmente dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento insostenibile dei costi sanitari.
Il lavoro di Kotlikoff e colleghi parte da un presupposto fondamentale: il debito tradizionale racconta solo una parte della storia. Misura il valore attuale del servizio sui titoli di stato “ufficiali”, ma ignora completamente il valore attuale degli obblighi “fuori bilancio” – pensioni, sanità, altri benefici per le generazioni presenti e future.
Per superare questo limite, i ricercatori hanno utilizzato due strumenti innovativi: il fiscal gap accounting e il generational accounting. Il primo misura la percentuale costante del PIL futuro necessaria per bilanciare il bilancio intertemporale dello stato. Il secondo calcola l’aliquota fiscale netta che le generazioni future dovranno pagare se quelle attuali non contribuiscono a ridurre il gap fiscale.
I risultati sono sorprendenti. Il fiscal gap degli Stati Uniti è pari al 7,4% del PIL annuale, quasi il doppio di quello italiano, fermo al 4,0%. In termini pratici, per chiudere questo gap, gli USA dovrebbero aumentare immediatamente e permanentemente tutte le tasse federali, statali e locali del 26,5%. In alternativa, dovrebbero tagliare tutta la spesa non finanziaria del 23,9%. L’Italia, invece, richiederebbe aggiustamenti molto più contenuti: 7,4% di aumento delle entrate o 7,3% di riduzione della spesa.
Come si spiega questa differenza? Il sistema pensionistico italiano, dopo anni di riforme dolorose ma necessarie, è oggi sostenibile. Il sistema sanitario italiano, seppur con i suoi problemi, costa molto meno di quello americano (circa 9% del PIL contro il 18%) e produce risultati migliori in termini di aspettativa di vita e salute pubblica. Gli Stati Uniti, al contrario, si trovano con impegni pensionistici e sanitari crescenti e poco sostenibili nel lungo periodo.
Naturalmente, questo tipo di analisi va presa con le dovute cautele. Le proiezioni a lungo termine dipendono fortemente dalle assunzioni su crescita economica, andamento demografico e tassi di interesse. L’Italia, pur risultando in condizioni migliori secondo questa metrica, mantiene un debito pubblico molto elevato e vulnerabilità strutturali che la rendono più esposta a shock improvvisi rispetto agli Stati Uniti. La dimensione dell’economia americana, la forza del dollaro come valuta di riserva globale e la profondità dei mercati finanziari statunitensi offrono agli USA margini di manovra che l’Italia non ha.
Ciò che questo studio ci rocorda, però, è che guardare solo al debito tradizionale può essere fuorviante. Gli Stati Uniti, nonostante appaiano in condizioni fiscali accettabili secondo i parametri convenzionali, si trovano ad affrontare una sfida di sostenibilità di lungo periodo molto più grave di quanto comunemente percepito. L’Italia, dopo anni di aggiustamenti, riforme pensionistiche e contenimento della spesa sanitaria, ha fatto i compiti a casa – anche se non sono mancati sacrifici e difficoltà.
Il mondo sta davvero cambiando, e forse è tempo di rivedere le nostre certezze su chi siano i “bravi alunni” della finanza pubblica.
Foto di Mike







