Mentre stiamo seriamente pensando di creare una rubrica ad hoc che raccolga periodicamente tutte le dichiarazioni dei vari esponenti delle principali banche centrali (un lavoraccio, ben intesi), proviamo a mettere in fila quello che è emerso dagli ultimi interventi dei governatori della Fed e cerchiamo – visto che ci siamo – di unire i puntini, aggiungendo le preziose informazioni che arrivano dal Beige Book. Il risultato? Una banca centrale ancora molto prudente ma sempre un po’ più convinta ad intervenire.
Partiamo dal “capo”. Jerome Powell nel suo intervento al congresso del NABE ha sottolineato che, nonostante i ritardi nella pubblicazione di alcuni dati ufficiali a causa dello shutdown federale, la Federal Reserve continua a monitorare l’economia attraverso fonti pubbliche e private e la rete dei distretti regionali. Nel complesso, le prospettive per occupazione e inflazione non sono cambiate molto rispetto alla riunione di settembre, anche se i dati precedenti indicano una crescita leggermente più solida. Il tasso di disoccupazione resta basso, ma la crescita occupazionale è rallentata, in parte per la diminuzione dell’immigrazione e della partecipazione alla forza lavoro, aumentando i rischi al ribasso per l’occupazione. L’inflazione core PCE ad agosto è al 2,9%, sostenuta soprattutto dai dazi e non da pressioni più ampie sui prezzi, mentre le aspettative di lungo periodo restano vicine all’obiettivo del 2%. Di fronte a questi sviluppi, la Fed ha adottato una posizione più neutrale, mantenendo un approccio flessibile e basato sui dati.
Un po’ meno diplomatiche sembrano le parole della governatrice della Fed di Boston. Susan Collins ha affermato che la Federal Reserve dovrebbe proseguire con un graduale taglio dei tassi d’interesse nel corso dell’anno per sostenere il mercato del lavoro, mantenendoli però abbastanza elevati da contenere l’inflazione. Con i rischi inflazionistici più sotto controllo e maggiori rischi al ribasso per l’occupazione, Collins ritiene “prudente normalizzare ulteriormente la politica monetaria” per favorire l’occupazione. Anche con un’ulteriore riduzione dei tassi, la politica resterebbe “lievemente restrittiva”, garantendo che l’inflazione continui a scendere una volta esauriti gli effetti dei dazi. Collins ha osservato che la recente frenata nelle assunzioni potrebbe dipendere più dalla minore offerta di lavoro, legata al calo dell’immigrazione, che da una minore domanda. Secondo lei, per mantenere stabile la disoccupazione basterebbero circa 40.000 nuovi posti al mese. Prevede un lieve aumento della disoccupazione nel 2025-26, seguito da una ripresa dell’occupazione. Ulteriori tagli di 25 punti base restano possibili, ma la politica non seguirà un percorso prestabilito.
Interessante anche la posizione di Anna Paulson. La governatrice della Fed di Philadelphia ha indicato di essere favorevole a due ulteriori tagli dei tassi di 25 punti base entro la fine dell’anno, sostenendo che la politica monetaria dovrebbe “guardare oltre” gli effetti temporanei dei dazi sull’aumento dei prezzi al consumo. Secondo Paulson, le attuali condizioni economiche, in particolare nel mercato del lavoro, non giustificano timori di inflazione persistente legata ai dazi. Il taglio dei tassi di settembre è stato appropriato e ulteriori riduzioni moderate sarebbero coerenti con le proiezioni economiche della Fed. Pur aspettandosi una crescita sopra la media nel terzo trimestre, Paulson ha segnalato che la base di sostegno all’economia è ristretta, con i consumi trainati soprattutto dalle famiglie ad alto reddito e dal boom azionario legato all’intelligenza artificiale. Ha inoltre osservato un indebolimento del mercato del lavoro, evidenziato dal recente aumento della disoccupazione. Paulson ritiene che gli aggiustamenti monetari previsti quest’anno e nel 2026 saranno sufficienti a mantenere l’occupazione vicina ai livelli di pieno impiego.
Alberto Musalem – governatore Fed di St. Louis – ha dichiarato di aver sostenuto il taglio dei tassi di interesse dello scorso mese come una forma di “assicurazione” contro l’indebolimento del mercato del lavoro, pur ribadendo la necessità di mantenere un approccio prudente nei confronti dell’inflazione ancora elevata. Ha affermato di essere aperto a un’ulteriore riduzione dei tassi, ma ha avvertito che lo spazio per nuovi interventi è limitato prima che la politica monetaria diventi eccessivamente accomodante. Il forte rallentamento delle assunzioni nel 2025 ha spinto la Fed a ridurre il tasso di riferimento di 25 punti base, ma Musalem e altri funzionari hanno invitato a restare vigili sui rischi inflazionistici. Secondo lui, il mercato del lavoro dovrebbe indebolirsi gradualmente, anche se non si esclude un peggioramento più rapido. Musalem stima che circa il 10% dell’inflazione attuale sia legato ai dazi, i cui effetti dovrebbero esaurirsi entro la seconda metà del prossimo anno.
Pochi minuti fa sono arrivati i lanci di agenzia con le ultime parole di Christopher Waller (uno dei potenziali successori di Powell). Ha parlato di cautela sottolineando, però, che un taglio di 25 punti base è la cosa giusta da fare, dato lo stato di salute del mercato del lavoro. Per quel che riguarda i dazi, il governatore conferma l’effetto temporaneo aggiungendo che il livello di inflazione al netto delle tariffe trumpiane sarebbe al 2,5%.
Nel complesso, dai recenti interventi dei governatori della Federal Reserve emerge una posizione più bilanciata e cauta. Tutti riconoscono un indebolimento del mercato del lavoro, con la crescita occupazionale in rallentamento e segnali di maggiore vulnerabilità, fattori che giustificano un ulteriore allentamento moderato dei tassi. Tuttavia, l’inflazione, pur in calo, resta sopra il target del 2%, anche a causa degli effetti temporanei dei dazi, e ciò spinge la Fed a mantenere una politica ancora lievemente restrittiva.
Il Beige Book conferma un’economia sostanzialmente stabile ma eterogenea, con crescita modesta in alcuni distretti e un lieve indebolimento in altri. I consumi si mantengono deboli, soprattutto tra le famiglie a reddito medio-basso, mentre la domanda di beni durevoli e lusso resta sostenuta. La manifattura soffre per dazi e domanda debole, e l’attività nei settori sensibili ai tassi rimane mista. L’incertezza economica e il possibile prolungarsi dello shutdown federale continuano a pesare sulle prospettive di crescita.
L’orientamento prevalente sembra quindi essere quello di uno o due tagli aggiuntivi da 25 punti base entro fine anno, seguiti da una fase di pausa per valutarne l’impatto. In sintesi, la Fed appare intenzionata a sostenere l’occupazione senza compromettere i progressi anti-inflazionistici, adottando un approccio flessibile, guidato dai dati e consapevole dei rischi su entrambi i fronti.
Foto Federal Reserve







