Prezzi e pandemia, per la Fed di San Francisco la deflazione è poco probabile

La pandemia porterà deflazione nel sistema economico? Il dibattito è aperto ma sono sempre di più gli economisti che ritengono questa ipotesi difficilmente realizzabile. L’ultimo contributo viene da uno studio della Federal Reserve di San Francisco.

I prezzi saliranno o scenderanno a seguito della pandemia di coronavirus? L’argomento è tra i più caldi di queste settimane, perchè dalla dinamica dei prezzi dipendono il comportamento e la credibilità futuri della politica monetaria e, se la curva di Phillips vale ancora qualcosa, anche quelli del mercato del lavoro. Dell’argomento ce ne siamo già occupati in un post di una decina di giorni fa. Sul punto è intervenuto di recente anche Olivier Blanchard, sostenendo che lo scenario più probabile rimane quello di un periodo a bassa inflazione, con la remota possibilità di un possibile surriscaldamento dei prezzi al consumo.

Ad inizio settimana sono arrivati i dati ufficiali statunitensi sull’inflazione di aprile. Li abbiamo raccontati nella nostra K Briefing giornaliera. Ci dicono sostanzialmente che il lockdown ha portato in dote un drastico calo della domanda per molti settori merceologici, a cui ha fatto da contraltare un incremento dei prezzi di alcuni beni; su tutti, quelli dei generi alimentari. L’effetto combinato è riassunto in un significativo -0.8% su base mensile, che porta il dato annuo al +0.3%. Dinamiche simili si riscontrano sostanzialmente anche in Europa ed in molti paesi emergenti.

Vuol forse dire che nel futuro dobbiamo attenderci uno scenario deflazionistico? L’ipotesi è stata analizzata dai ricercatori della Federal Reserve di San Francisco. Il risultato dello studio condotto da Jens H.E. Christensen, James M. Gamble IV e Simon Zhu è stato pubblicato lunedì sul sito dell’istituto californiano.

Per capire cosa attenderci nei prossimi 12 mesi, i 4 autori hanno preso in considerazione due tipologie di titoli governativi su pari scadenze: quelli indicizzati all’inflazione e quelli non indicizzati. La differenza tra i rendimenti nominali e reali, conosciuta come breakeven inflation (BEI), non è altro che la quantificazione delle aspettative di inflazione degli investitori.

Christensen e i suoi colleghi hanno elaborato un modello probabilistico partendo dall’analisi dei dati dell’inflazione, dal 2000 ad oggi, in quattro grandi economie mondiali: USA, Francia, Giappone e Canada.

Il risultato dell’elaborazione suggerisce che il comportamento dei prezzi nei prossimi 12 mesi potrebbe essere molto differente rispetto all’andamento osservato nel corso della crisi finanziaria. Tradotto, significa che la pandemia non dovrebbe condurre alla deflazione. Più nel dettaglio emerge una probabilità prossima a zero per USA, Canada e Francia; una probabilità minima (11%) per il Giappone.

Anche l’analisi della breakeven inflation porta a risultati simili. Il premio per il rischio deflazione risulta vicinissimo a zero per USA e Canada; in leggero allargamento, ma da prima della pandemia, per la Francia; sensibilmente ampio in Giappone, dove sono già presenti aspettative di inflazione bassa.

Foto di Kamalakannan PM

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