Con i dazi ci perdono tutti, ma la Cina un po’ di più

Se l’attuale fase di negoziato/scontro tra USA e Cina sui dazi dovesse protrarsi nel tempo, le conseguenze sarebbero spiacevoli per la crescita di entrambi i paesi (e dell’economia globale); ma forse la Cina ha qualcosa in più da perderci.

A studiare gli effetti della nuova ventata di rialzi sulle tariffe all’importazione è stata – tra le altre – la società di ricerche economiche Oxford Economics. In un aggiornamento del suo rapporto sulle conseguenze macroeconomiche di un nuovo protezionismo commerciale,
Gregory Daco, capo analista USA della società, spiega come si tratti di un gioco senza vincitori.

Prima di venerdì scorso l’impatto dei dazi sul PIL 2020 dei principali protagonisti era stimato in poco più dello 0,2% in negativo per gli USA e dello 0,5% in negativo per la Cina. L’applicazione della nuova tariffa al 25% su oltre 200 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina e, dall’altro versante, l’innalzamento al 25% (dall’8%) dei dazi sui 60 miliardi di dollari di importazioni dagli USA, porterebbe a rivedere ulteriormente al rialzo l’impatto sulla crescita dei due paesi sia nel 2019 che nel 2020.

Il nuovo quadro tariffario comporterebbe, nel 2020, una perdita dello 0,3% di PIL per gli USA e dello 0,8% per la Cina. Tradotto in cifre si parla di oltre 60 miliardi di dollari in fumo solo per gli USA.

La ricerca di Oxford Economics si spinge un po’ più un là, seguendo le minacce di Trump sulla possibilità di imporre dazi su tutte le merci importate dalla Cina.

Ipotizzando questo scenario, e la conseguente e simmetrica reazione della Cina, l’impatto sul PIL reale USA nel 2020 si alzerebbe allo 0,5% (con il PIL sotto il 2% di crescita, valore rischioso per l’economia americana). Non andrebbe molto meglio alla Cina che, perdendo oltre un punto di PIL, scivolerebbe sotto quota 5% di crescita (una catastrofe da quelle parti).

Se ancora tutto ciò non dovesse bastare e l’asticella dei dazi fosse portata al 35% da parte degli USA, al 25% dalla Cina sui beni USA ed al 10% dalla Cina sui beni di Europa, Taiwan e Giappone (con uguale contromossa di questi ultimi paesi), lo spettro della recessione si avvicinerebbe a grandi passi per molte delle economie conivolte.

A guardare i freddi numeri, nel breve periodo, la Cina sembra il soggetto più debole tra i duellanti ma nel lungo periodo la situazione è più simile a quella di due pugili che, dopo essersi scambiati colpi durissimi, cadono entrambi al tappeto. Ed in un’economia globalizzata la caduta di USA e Cina comporterebbe ripercussioni planetarie.

La linea dura di Trump fa affidamento, molto probabilmente, sugli effetti a breve ed è sostenibile solo se il negoziato si chiude in fretta. In altri termini, la credibilità della minaccia USA vale solo se la Cina capitola in poco tempo. Poi sarebbe solo un gioco al massacro che nemmeno l’amministrazione Trump può permettersi, specie nell’anno delle elezioni.

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