Arrivano i nuovi PIR ma non tutti sono contenti

Dopo una lunga attesa è arrivata la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del provvedimento che rimette mano ai piani di risparmio individuale. Ma i nuovi PIR non piaccio a tutti, vediamo perchè.

Dalla loro creazione, nel 2017, i Piani Individuali di Risparmio (PIR) hanno raccolto un patrimonio di oltre 15 miliardi di euro. Appetibili soprattutto per il vantaggio fiscale, erano stati disegnati dal legislatore come un valido strumento per incrementare gli investimenti sul tessuto industriale italiano. Ne avevamo parlato in questo post.

I nuovi PIR (qui il link del provvedimento, da IlSole24ore) presentano due vincoli in più rispetto alla precedente versione, vale a dire l’investimento di una quota pari al 3,5% del capitale complessivo (il 5% del 70% del capitale) nel venture capital e nell’AIM.

In altre parole significa che un 3,5% del patrimonio gestito dai PIR di nuova emissione dovrà essere investito in veicoli (i fondi di venture capital o i fondi di fondi) che fanno affluire capitale nelle piccole società innovative (le famose start up) definite secondo la norma comunitaria come: società con un massimo di 250 dipendenti, un fatturato non superiore ai 50 milioni oppure un totale di bilancio annuo inferiore ai 43 milioni. Le start up coinvolte, attive al massimo da 7 anni sul mercato, non devono beneficiare di aiuti finanziari per il rischio oltre i 15 milioni di euro e non devono essere quotate sui mercati regolamentati.

Un altro 3,5% del patrimonio dei nuovi PIR dovrà essere utilizzato per l’acquisto di “strumenti finanziari, ammessi alle negoziazioni sui sistemi multilaterali di negoziazione, emessi da PMI ammissibili”. La normativa parla di strumenti equity o “quasi equity” e quindi, sostanzialmente, si tratta di investimenti nelle PMI presenti sull’AIM di Borsa Italiana.

Se da un lato l’intento di far confluire capitale sulla parte più innovativa della nostro settore produttivo non può che essere un fatto positivo, dall’altro occore notare, come fa del resto Banca d’Italia, che questo comporta un peggiorameto del profilo di rischio dei PIR. Si tratta di destinare un 7% (minimo) del patrimonio ad attività contraddistinte da forte illiquidità che mal si combinano con il profilo di investitore a cui i nuovi PIR sono destinati, le famiglie italiane. In caso di scenari ribassisti, le forti perdite che questo tipo di investimenti comportano farebbero, molto probabilmente, fuggire i risparmiatori, anche a costo di dover rinunciare al beneficio fiscale (vincolato al mantenimento per almento 5 anni del PIR); una doppia batosta che si ripercuoterebbe ulteriormente sulla, già scarsa, fiducia negli intermediari finanziari.

Far fare ai piccoli risparmiatori quello che generalmente fanno i grandi fondi chiusi mobiliari non pare una scelta particolarmente brillante e c’è già chi prevede un bassissimo utilizzo di questo nuovo strumento. Anche al MISE deve essere sorto qualche dubbio, non a caso l’articolo 6 del decreto ministeriale riporta il titolo “Monitoraggio degli effetti” e spiega come “decorsi sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto, [il ministero] provvederà al monitoraggio degli effetti prodotti dalla misura”.

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