Altra settimana densa di notizie economiche e finanziarie quella dal 22 al 26 giugno 2026. Il PNRR fa “volare” il PIL e l’occupazione nel Sud Italia, ma resta aperta la domanda sul dopo. In Europa l’intreccio tra geopolitica ed economia resta al centro dell’attenzione, Volkswagen starebbe pianificando un maxi riduzione di occupati, Trump minaccia con nuovi dazi i paesi che adottano la digital tax, mentre la BCE potrebbe ritardare un secondo intervento sui tassi. Negli Stati Uniti settimana bifronte per il settore tecnologico: male sui listini azionari, ma notizie importanti da Micron, IBM e Qualcomm. Novità anche sul fronte mediorientale, il pedaggio per transitare nello stretto di Hormuz potrebbe concretizzarsi, tra rumors e smentite.
Italia, sud batte nord per PIL e occupazione, ma dopo il PNRR?
Secondo la stima preliminare del Pil e dell’occupazione territoriale nel 2025 diffusa dall’Istat ieri, il Pil del Mezzogiorno ha segnato un incremento dello 0,6%, lievemente superiore allo 0,5% registrato a livello nazionale e nelle altre tre ripartizioni geografiche. Il dato sull’occupazione è ancora più netto: gli occupati nel Sud sono cresciuti dell’1,5%, portando il totale nazionale a +1,1%; Nord-ovest (+0,9%) e Nord-est (+0,8%) restano indietro.
Per il quarto anno consecutivo il Mezzogiorno cresce più della media nazionale, e soprattutto fa meglio di tutte le altre macroaree in termini di nuova occupazione — un primato che nelle serie storiche omogenee disponibili dal 1980 non aveva precedenti. I settori trainanti nel Sud sono stati il commercio e i trasporti (+0,9%), i servizi finanziari (+0,7%) e, in controtendenza rispetto al Centro-Nord, l’agricoltura (+1,0%).
La questione aperta è sulla sostenibilità: la crescita è trainata prevalentemente dalla spesa pubblica — PNRR e superbonus in testa — e il rischio è che dopo il 2026, quando verrà meno questo traino, si ritorni ai differenziali storici. Senza un cambio di rotta strutturale verso competitività industriale e innovazione, il risultato rischia di essere temporaneo.
Europa, Volkswagen, un piano da brividi, BCE in standby e Trump minaccia dazi
Secondo la rivista Manager Magazin, che cita fonti interne, l’amministratore delegato Oliver Blume ha presentato in consiglio di gestione un piano senza precedenti nella storia del gruppo: fino a 100.000 posti di lavoro in meno — su una forza lavoro di 657.000 — e la chiusura nel medio termine di quattro stabilimenti in Germania (Hannover, Zwickau ed Emden di Volkswagen e lo stabilimento Audi di Neckarsulm). L’obiettivo è ridurre i costi generali di 11 miliardi di euro entro il 2030.
Il piano — denominato “Group Target Picture” — prevede anche di portare la gamma da 150 a meno di 100 modelli, tagliare gli investimenti del 15% nei prossimi cinque anni e valutare lo scorporo del marchio Volkswagen e della divisione componenti in società separate. Il consiglio di sorveglianza dovrebbe esaminare il dossier il 9 luglio. I numeri di bilancio rendono l’urgenza evidente: nel primo trimestre del 2026 l’utile netto è crollato del 28,4% e il titolo in borsa si è avvicinato ai minimi storici. La crisi non è solo di Wolfsburg: prima il profit warning di BMW, poi gli hedge fund che aumentano le posizioni ribassiste su Stellantis, Volkswagen e Mercedes. Il vero problema è la Cina, che era la gallina dalle uova d’oro per i costruttori tedeschi e oggi è allo stesso tempo il loro principale concorrente.
Sempre in Germania, ma dalle parti di Francoforte, il dibattito nella BCE sulle prossime mosse di politica monetaria si accende. La maggior parte degli analisti ritiene che, salvo sorprese, la BCE aumenterà i tassi soltanto un’altra volta, probabilmente a settembre. Unicredit prevede che ci si fermerà al 2,5%: un livello considerato nella parte alta della forchetta neutrale, oltre il quale l’economia dell’Eurozona non avrebbe bisogno di una politica monetaria restrittiva.
Nel frattempo, tanto per non annoiarsi, il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di imporre dazi del 100% sui prodotti esportati negli USA da tutti i Paesi che introdurranno o manterranno una tassa sui servizi digitali nei confronti delle grandi aziende tecnologiche americane — Google, Apple, Meta, Amazon, Microsoft. L’avvertimento è arrivato ieri sera con un messaggio su Truth Social.
La minaccia arriva a pochi giorni dalla scadenza del 4 luglio fissata da Trump per l’entrata in vigore dell’accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti, che limita al 15% la maggior parte dei dazi sulle esportazioni europee verso il mercato americano. La Commissione europea ha risposto con fermezza: «L’Ue e i suoi Stati membri hanno il diritto sovrano di regolamentare le attività economiche sul proprio territorio. Qualsiasi misura unilaterale per contrastare politiche così legittime è ingiustificata. Qualora venissero intraprese, l’Ue risponderà con rapidità e decisione».
L’ultimatum di Trump sulla digital tax mette il Regno Unito in una posizione particolarmente esposta. Londra applica dal 2020 una web tax del 2% sui ricavi generati da motori di ricerca, piattaforme social e marketplace online che traggono valore dagli utenti britannici — facendo del Regno Unito l’unica grande economia con una digital services tax già operativa, non solo in discussione. L’uscita dall’Ue non immunizza Londra dalla minaccia: Trump ha chiarito che i dazi scatterebbero «immediatamente» su qualsiasi Paese, indipendentemente dagli accordi bilaterali vigenti.
Stati Uniti, Micron e le altre, SpaceX incassa anche sull’obbligazionario.
È stata una settimana intensa per la tecnologia americana. Mentre sui mercati finanziari l’IA diventa una zavorra per i listini azionari, tre big tech annunciano numeri e investimenti significativi. Il dato di maggiore impatto è stato quello di Micron: la società ha pubblicato i risultati del terzo trimestre fiscale 2026, i più forti della sua storia, con ricavi pari a 41,46 miliardi di dollari — il 16% in più rispetto alle attese di Wall Street — e un utile per azione di 25,11 dollari contro la stima di 20,49. Il titolo è salito del 12,6% nelle contrattazioni after-hours. La domanda di memoria ad alta larghezza di banda per i chip AI continua a superare l’offerta: i clienti si sono già impegnati per 22 miliardi di dollari per garantirsi le forniture, e Micron prevede per il quarto trimestre ricavi tra 49 e 51 miliardi di dollari.
Notizie importanti anche per IBM, la settimana si è aperta con la promozione a Overweight da parte di JPMorgan il 23 giugno e un accordo con Palo Alto Networks e Red Hat in ambito cybersecurity, per poi culminare il 25 giugno con l’annuncio di una tecnologia di chip sub-1 nanometro che ha spinto il titolo in rialzo nel pre-mercato. L’analista di JPMorgan ha argomentato che il segmento software — due terzi degli utili pur rappresentando meno della metà dei ricavi — giustifica multipli più elevati.
Infine, Qualcomm il 24 giugno ha presentato al suo Investor Day di New York il portafoglio data center “Dragonfly”, un accordo multi-generazionale con Meta per CPU da data center e l’acquisizione di Modular. Il 26 giugno è emerso che la tecnologia sviluppata per i server verrà portata su smartphone, PC e auto — consentendo all’intelligenza artificiale di funzionare direttamente sui dispositivi senza dipendere dal cloud. Il titolo ha perso il 7,6% nella seduta di venerdì, in parte per la rotazione settoriale in uscita dai titoli AI.
Meno di due settimane dopo la quotazione in borsa con la più grande IPO della storia, SpaceX torna a far parlare di sè. La società aerospaziale di Elon Musk ha raccolto 25 miliardi di dollari con la sua prima emissione obbligazionaria. Il collocamento è avvenuto in cinque tranches con scadenze dal 2031 al 2056 e tassi compresi tra il 5,35% e il 6,65%. Gli ordini hanno superato i 90 miliardi di dollari.
Ma come? Si sono chiesti gli investitori, una società che pochi giorni prima aveva incassato la più grande IPO della storia, che siede su oltre 100 miliardi di dollari di liquidità, si presenta sul mercato obbligazionario per chiederne altri 25? Il paradosso si spiega in parte con i numeri: nel 2025 SpaceX ha bruciato 14 miliardi di dollari in più di quanto abbia guadagnato, più del doppio rispetto all’anno precedente. I proventi del bond serviranno principalmente a rimborsare il finanziamento ponte da circa 20 miliardi contratto in marzo in preparazione all’IPO. Già venerdì Bloomberg segnalava perdite significative sui bond in mercato secondario.
Sul fronte macro, per concludere, l’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è stato rivisto al rialzo a 49,5 nella lettura finale di giugno — da 48,9 preliminari — rispetto al minimo storico di 44,8 di maggio. Il miglioramento riflette il calo dei prezzi della benzina e un’attenuazione delle preoccupazioni sulle conseguenze di lungo periodo del conflitto in Medio Oriente. Le aspettative d’inflazione a un anno sono scese al 4,6% (da 4,8%), quelle a lungo termine al 3,3% (da 3,9%). Restano tuttavia livelli storicamente elevati.
Hormuz: il pedaggio sarà la “nuova normalità”?
Il memorandum d’intesa firmato il 18 giugno tra Washington e Teheran garantisce il transito gratuito attraverso lo Stretto di Hormuz per 60 giorni. Dopodiché, la questione resta aperta — e questa settimana si è arricchita di un elemento nuovo e significativo.
Secondo un’indiscrezione Bloomberg ripresa da fonti informate, l’Oman avrebbe detto a funzionari europei che lo Stretto potrebbe non tornare alle condizioni prebelliche e che le navi in transito potrebbero dover pagare alcune tariffe. Fonti citate da Odaily riferiscono che funzionari omaniti hanno dichiarato di voler sempre rispettare il diritto internazionale marittimo, aggiungendo però che potrebbero essere applicate tariffe per servizi connessi alla bonifica dell’inquinamento o alla navigazione. Le stesse fonti hanno precisato che resta incerto se l’Oman abbia indicato che tali tariffe sarebbero obbligatorie. L’Oman starebbe anche analizzando i sistemi di tariffazione utilizzati in altri colli di bottiglia marittimi, incluso lo Stretto di Malacca, dove attualmente non esistono tariffe obbligatorie. La notizia — che la stessa Bloomberg attribuisce a fonti anonime e che va quindi trattata come rumor da verificare — contrasta con la posizione pubblica espressa appena il giorno prima dal ministro degli Esteri di Muscat, Badr Albusaidi, secondo cui «i futuri accordi relativi allo Stretto non comporteranno l’imposizione di alcuna tariffa di transito».
Il quadro complessivo è quello di un negoziato ancora fluido. Il punto 5 del memorandum impegna l’Iran a garantire un transito «sicuro e gratuito» solo per 60 giorni; dopodiché Teheran «avvierà un dialogo» con l’Oman per definire la futura amministrazione dei servizi marittimi. Il modello che l’Iran studia è quello dei Dardanelli, per un potenziale introito stimato in 40 miliardi di dollari l’anno tra le due sponde. I negoziati tecnici tra Iran e USA riprenderanno a fine mese in Svizzera, con ancora circa 80 mine nel canale centrale e traffico commerciale ben al di sotto dei livelli prebellici.





