Per quasi un decennio, il tema dominante nel dibattito macroeconomico non era l’inflazione, ma il suo contrario. Dalla grande crisi finanziaria del 2008 in poi, economisti come Larry Summers avevano rilanciato il concetto di “stagnazione secolare” — un’idea degli anni Trenta coniata da Alvin Hansen — secondo cui le economie avanzate avrebbero teso strutturalmente verso crescita bassa e prezzi stabili o in discesa. A sostenere questa visione convergevano due forze: la demografia, con popolazioni che invecchiano e consumano meno, e la tecnologia. L'”effetto Amazon” — la pressione al ribasso sui prezzi esercitata dal commercio digitale e dalle grandi piattaforme — era diventato una categoria analitica riconosciuta. L’equazione sembrava solida: più tecnologia, meno inflazione.
Poi è arrivato il 2020. La pandemia, le rotture nelle catene di fornitura, gli stimoli fiscali senza precedenti e, più di recente, le tensioni geopolitiche — incluso il conflitto con l’Iran — hanno rimesso l’inflazione al centro del dibattito globale. E in questo contesto è tornata, rovesciata, la stessa domanda di dieci anni fa: l’intelligenza artificiale, capace di moltiplicare la produttività come nessuna tecnologia prima, riuscirà a riportare i prezzi verso il basso?
A rispondere con un cauto no è stato giovedì Alberto Musalem, presidente della Fed di St. Louis, in un discorso tenuto a Reykjavík. Musalem — che si descrive come ottimista sul potenziale di lungo periodo dell’IA — ha messo in guardia dal fare troppo affidamento su una crescita della produttività ancora tutta da dimostrare. «Credo che sarebbe rischioso fare affidamento sulla prospettiva di una maggiore crescita della produttività in futuro per risolvere il nostro problema di inflazione oggi», ha detto il governatore. I dati gli danno ragione, almeno per ora: il PCE, l’indice di inflazione preferito dalla Fed, ha segnato +3,8% nei dodici mesi ad aprile; le aspettative di lungo periodo stanno, nelle sue parole, «derivando verso l’alto»; il tasso reale di policy si trova ancora al di sotto del livello neutrale. Musalem stima che la probabilità che gli Stati Uniti si trovino già in una fase di alta crescita della produttività sia «significativamente inferiore al 50%». Se nei prossimi uno o due trimestri la disinflazione non arriverà, un rialzo dei tassi non è da escludere.
Dall’altra parte del mondo, da una prospettiva diversa, arriva un’analisi convergente. Gli economisti di Westpac hanno pubblicato venerdì un report sul boom dei data center in Australia: una ondata di investimenti superiore ai 155 miliardi di dollari australiani (circa 111 miliardi di dollari), pari al 5,6% del PIL annuale del paese, paragonabile per portata al grande ciclo minerario degli anni Duemila. L’effetto, secondo Westpac, è strutturalmente restrittivo: tanta domanda di capitali — cui si sommano circa 200 miliardi di investimenti nelle energie rinnovabili — spinge verso l’alto il tasso neutrale di interesse. La Reserve Bank of Australia ha già risposto con tre rialzi quest’anno, portando il cash rate al 4,35%. La produttività legata all’IA arriverà, concede Westpac, ma nella «fase di produzione», non in quella attuale di investimento. Per ora, l’Australia è saldamente nella fase di costruzione.
Due fonti, due contesti geografici differenti, un messaggio simile: il ciclo tecnologico legato all’IA è reale, ma la sua capacità di comprimere l’inflazione non è automatica né immediata. Il paradosso è che la stessa rivoluzione che in teoria dovrebbe abbassare i prezzi, nella sua fase di costruzione, rischia di alimentarli. Il dibattito che sembrava chiuso — tecnologia uguale meno inflazione — non lo è affatto. E le variabili che contano stanno cambiando più in fretta di quanto le previsioni riescano a incorporare.
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