Andy Burnham è ufficialmente il nuovo primo ministro britannico. Succede a Keir Starmer ed è il settimo premier laburista in un decennio; il settimo dalle dimissioni di Cameron nel 2016 e il quarto negli ultimi sei anni. Numeri che già da soli rendono la cifra della complicata fase politica a Londra, basti pensare che dal 2006 al 2016 si erano succeduti in tutto 3 primi ministri. Ma l’arrivo dell’emergente ex sindaco della Greater Manchester, incoronato leader del Labour il 17 luglio senza rivali (quasi 350 deputati su 400 a favore), non sembra al momento poter invertire la rotta e soprattutto è stato accompagnato da due elementi importanti: la scelta a sopresa del cancelliere dello Scacchiere (il ministro dell’economia inglese) e la mancanza di certezze sul programma economico del nuovo gabinetto.
Partiamo dalla mossa a sorpresa. Per una settimana intera, i mercati finanziari britannici avevano fatto le prove generali per un solo scenario: Shabana Mahmood al Tesoro, come garanzia di continuità fiscale nel passaggio da Keir Starmer ad Andy Burnham. La sterlina aveva toccato un massimo da un anno, i rendimenti dei titoli di Stato erano scesi, gli analisti parlavano apertamente di sollievo. Ma ieri quello scenario è saltato: il nuovo cancelliere dello Scacchiere non è Mahmood, rimasta agli Interni, ma John Healey, fino a poche settimane fa ministro della Difesa.
È una scelta che ha una sua logica politica. Healey, 66 anni, ha effettivamente un passato al Tesoro: è stato Economic Secretary e poi Financial Secretary sotto Tony Blair e Gordon Brown, di cui fu anche assistente parlamentare quando questi era cancelliere. Ma a differenza di Mahmood, associata all’ala fiscalmente più prudente del partito, di Healey si sa poco sulle sue idee in fatto di tasse e spesa pubblica, mentre la sua provenienza dalla Difesa alimenta le attese di una spesa militare più protetta.
Ai mercati, si sa, una cosa va sistematicamente di traverso: l’incertezza. Burnham, nel suo primo discorso da Downing Street, ha cercato di rassicurare gli investitori promettendo di rispettare le stesse regole fiscali dell’era Starmer e di non prendere rischi con l’economia. Aggiungendo, però, che intende usare ogni margine di flessibilità concesso da quelle regole — una frase che nel pomeriggio ha riacceso l’incertezza più che placarla.
Il risultato si è visto subito sui numeri. Il rendimento del gilt decennale è salito di 8 punti base fino al 5,049%, il livello più alto da due mesi. La sterlina è scesa dello 0,29% a 1,341 dollari, dopo essere rimasta in territorio positivo per gran parte della giornata. Il FTSE 100 ha chiuso in calo dello 0,71%, a 10.524,76 punti. Gli analisti sottolineano che il problema non è tanto la persona scelta come cancelliere dello Scacchiere, quanto la mancanza di chiarezza sulla direzione della politica economica: Burnham ha detto che ogni nuova spesa sarà interamente coperta, ma gli investitori vogliono vederlo prima di crederci.
Cosa sappiamo del programma economico di Andy Burnham? La sua ricetta ruota attorno a tre assi dichiarati durante la campagna per la leadership: il decentramento del potere da Westminster verso le regioni (Manchesterism), con una sede decentrata dell’esecutivo proprio a Manchester; un programma di edilizia pubblica definito il più ampio dal dopoguerra, accompagnato da una riforma della stamp duty (l’imposta sulle compravendite) sulla casa; e il trasferimento di un maggiore controllo su servizi essenziali — acqua, energia, trasporti — dalle mani del mercato a quelle pubbliche o regionali, in nome di quella che lui stesso chiama la fine di “quarant’anni di neoliberismo”. Sul fronte fiscale, Burnham ha respinto l’etichetta di tax-raiser bollandola come semplicistica, e ha lasciato intendere che potrebbe alzare la soglia di esenzione dall’IRPEF, ferma da anni a 12.570 sterline. Ma quando gli è stato chiesto direttamente se escludesse una patrimoniale (si, se ne parla anche lì), non lo ha fatto, richiamando genericamente la necessità di un maggiore senso di equità. Anche sul welfare la linea resta più evocativa che operativa: nessun numero sui tagli ai sussidi, ma la promessa di ridurre la spesa attraverso riforme dell’istruzione e più sostegno all’occupazione per il milione di giovani britannici che oggi non studiano, non lavorano e non si formano.
E qui si innesta il classico problema del “foglio del come” di crozziana memoria. Prima ancora che Healey venisse nominato, l’Institute for Fiscal Studies aveva avvertito che le ambizioni dichiarate da Burnham richiedono ben più che buone intenzioni, e che la scelta su quanto finanziare il servizio sanitario nazionale sarà probabilmente la decisione più rivelatrice sulla vera natura di questo governo. Se la spesa pubblica dovrà pensare ad un NHS ancora una volta prioritario, gli altri ministeri rischiano tagli; se invece Burnham sceglierà di allentare davvero le regole fiscali per finanziare il suo piano, la reazione di ieri dei mercati potrebbe essere state solo un assaggio. Come sceglierà di agire? Tagliare la spesa, aumentare le tasse o ricorrere al debito? Al momento il foglio del come resta tutto da scrivere e il vero test arriverà con il primo bilancio autunnale di Healey, quando le parole dovranno necessariamente diventare numeri.
Foto di Steve Bidmead




