Il Medio Oriente torna ad infiammarsi. La fragile tregua che aveva acceso le speranze si è spezzata e lo stretto di Hormuz è tornato a chiudersi. Le tensioni geopolitiche e le preoccupazioni su inflazione e crescita riguadagnano il centro della scena nel dibattito economico. I costi della guerra tra Stati Uniti e Iran riprendono a trasferirsi – ammesso che tale catena di trasmissione si sia mai fermata – dalle petroliere ferme nello Stretto di Hormuz ai bilanci di famiglie, imprese e bilanci statali.
La Banca d’Italia, il Fondo Monetario Internazionale e i mercati obbligazionari hanno lanciato segnali concordanti la scorsa settimana, visioni complementari che è interessante annotare.
Partiamo dai numeri di Via Nazionale. Il Bollettino Economico di luglio ha rivisto al rialzo la crescita italiana per il 2026, portandola allo 0,6% grazie a un primo trimestre migliore delle attese. È una buona notizia, ma di breve respiro: per il 2027 la stima scende allo 0,4%, un decimale sotto quanto indicato in aprile, prima che l’attenzione si spostasse sul Golfo Persico. La Banca d’Italia individua con chiarezza la ragione della cautela: un protrarsi delle tensioni tra Washington e Teheran, con ritardi nel ripristino dei flussi attraverso lo stretto, rischierebbe di alimentare ulteriormente le pressioni sui prezzi e di pesare in modo pronunciato sulla crescita. Nello scenario più sfavorevole delineato dal Bollettino, il PIL del 2027 arretrerebbe di circa un punto percentuale e l’inflazione salirebbe fino al 3,8%.
Il Fondo Monetario Internazionale, il 16 luglio scorso, aveva già tagliato le proiezioni per l’intera area dell’euro, individuando nella stessa causa il fattore determinante. Le nuove stime del Fondo mostrano una crescita dell’Eurozona in frenata dal +1,4% del 2025 al +0,9% nel 2026 — il punto più basso dell’intero orizzonte previsivo — per poi risalire all’1,2% l’anno successivo. In parallelo, anche l’inflazione viene rivista al rialzo. Il messaggio del Fondo è netto: i rischi sono sbilanciati verso una crescita più debole abbinata a prezzi più alti, con il canale energetico indicato come la principale fonte di incertezza per l’intera area.
Se le istituzioni certificano il rischio attraverso le proiezioni, i mercati lo confermano. Lo spread tra BTP italiani e Bund tedeschi ha chiuso la settimana a 82 punti base, un livello che non si registrava da inizio maggio, con i rendimenti dei titoli italiani saliti al 3,93%. Non è un episodio isolato: nell’arco di pochi giorni il differenziale ha oscillato più volte sopra la soglia degli 80 punti, ogni volta in coincidenza con un nuovo capitolo dell’escalation nel Golfo. Il movimento si osserva, seppure in misura minore, anche sui titoli francesi e spagnoli: un segnale che il mercato guarda alle possibili conseguenze su crescita e stabilità finanziaria dell’area Euro, individuando gli anelli della catena più deboli (e tra questi c’è anche il nostro paese).
Le tre fonti disegnano quindi la stessa catena di trasmissione: un evento geopolitico che si trasmette prima ai prezzi dell’energia, poi alle aspettative di inflazione, infine alla fiducia degli investitori sul debito sovrano. La stessa Banca d’Italia riconosce che l’incertezza attorno a queste stime resta elevata, e indica sia possibili sviluppi favorevoli — un calo più rapido delle materie prime, la spesa europea per la difesa, gli investimenti in transizione energetica — sia il rischio opposto di un blocco prolungato dello Stretto. Resta da capire quale dei due scenari prevarrà, e se lo Stretto di Hormuz tornerà presto un dettaglio geopolitico o continuerà, come in queste settimane, a essere la variabile che muove contemporaneamente PIL, inflazione e spread.
Foto di Vlad Man




