Quando si parla di immigrazione il rischio è quello di entrare in un terreno scivoloso, spesso intriso di pregiudizi, posizioni ideologiche e tensioni. Ma guardandolo attraverso i numeri, quelli dell’economia nel caso specifico, le cose cambiano radicalmente ed è possibile – come fa lo studio di cui andremo a parlare in questo post – trovare indicazioni di buon senso; anche per chi il fenomeno lo deve governare.
Partiamo da un’ovvietà: se si guarda a come cresce la popolazione di un paese OCSE, poco importa che quella crescita arrivi da nuovi nati o da nuovi arrivati: l’effetto sulla dimensione della popolazione è quasi identico. Ovvietà, niente da aggiungere, ma se si guarda a cosa succede al PIL per lavoratore — cioè quanto produce, in media, chi lavora — le cose cambiano sensibilmente. L’immigrazione lo fa salire, in modo consistente, fino a quasi il 2% in più dopo dieci anni. La crescita demografica nativa non produce niente di simile: il suo effetto è vicino allo zero, quando non leggermente negativo.
Uno studio di Gaetano Basso, Mitali R. Mathur e Giovanni Peri, dal titolo “The Immigration Impact on Population, Labor Productivity, Investments and TFP in OECD Countries” e presentato nei giorni scorsi al forum BCE di Sintra, parte da questa constatazione per provare a spiegare come l’immigrazione aiuta la crescita, in quale forma e con quali meccanismi. I risultati, come anticipati, sono di estremo buon senso.
Allora, perché due fenomeni che aumentano allo stesso modo il numero di persone hanno effetti economici così diversi? Gli autori hanno individuato tre ragioni statisticamente rilevanti.
La prima, e la più forte, riguarda gli investimenti. Quando arrivano immigrati, le imprese tendono a investire di più — impianti, macchinari, nuove sedi — e lo fanno in modo marcato: il capitale disponibile per ogni lavoratore cresce sensibilmente, sia nei primi cinque anni sia, ancora di più, nei cinque successivi. È l’effetto più forte e più chiaro di tutta l’analisi, conseguenza dell’evoluzione del mercato del lavoro in molti paesi occidentali. Gli autori lo spiegano con un meccanismo intuitivo: in mercati del lavoro dove vengono a mancare lavoratori o competenze specifiche, le aziende faticano ad assumere e quindi rimandano investimenti e assunzioni. L’arrivo di nuova manodopera scioglie questo blocco, e le imprese tornano a investire e crescere. Lo si vede con particolare evidenza dopo episodi di forte afflusso migratorio in tempi brevi, dove l’aumento degli investimenti nei dieci anni successivi è ancora più marcato.
La seconda ragione riguarda le competenze, e qui il dato da un lato smentisce un luogo comune diffuso, dall’altro ci ricorda un primo elemento di governo del fenomeno. Non è vero che l’immigrazione verso i paesi OCSE sia perlopiù poco qualificata: nella grande maggioranza dei casi analizzati, la quota di laureati tra gli immigrati è più alta di quella tra i residenti. Circa metà dell’immigrazione netta registrata tra il 2000 e il 2020 aveva un titolo di studio universitario. Questo capitale umano aggiuntivo spinge nel lungo periodo anche la produttività complessiva del sistema. L’immigrazione meno qualificata, pur non danneggiando la produttività complessiva, non la fa crescere.
La terza ragione è quasi per esclusione: la crescita demografica nativa è un fenomeno meccanico, legato all’invecchiamento delle coorti e al saldo tra nascite e morti. Non porta con sé competenze nuove, non genera uno shock inatteso nell’offerta di lavoro, non spinge le imprese a rivedere i propri piani. È semplicemente “più della stessa cosa” — non un cambiamento nella composizione dell’economia. Lo studio ci dice anche qualcosa di più. I due fenomeni risultano quasi del tutto scollegati tra loro: non c’è evidenza che l’immigrazione stia “compensando” un calo delle nascite, sono due dinamiche indipendenti.
Gli autori invitano alla cautela: quanto raccontato sin qui è il risultato di correlazioni robuste su un lungo periodo storico, ma non si tratta di prove causali in senso stretto. Ma se il canale che conta davvero è quello degli investimenti e delle competenze, la domanda che resta aperta per l’Europa non riguarda il “quanta” immigrazione , ma quale composizione deve avere e quali politiche di ingresso la determinano.
Foto di Tung Lam





