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Scarsità di manodopera e innovazione: l’esempio inglese dell’800 e la sfida attuale

Scarsità di manodopera e innovazione: l’esempio inglese dell’800 e la sfida attuale

Uno studio pubblicato dal CEPR analizza la situazione inglese nel corso delle guerre napoleoniche per capire se la scarsità di manodopera possa, paradossalmente, accelerare l’innovazione e la produttività di un paese.

C’è un problema che accomuna gran parte delle economie avanzate: una popolazione che invecchia rapidamente e una forza lavoro che, in molti settori, si sta assottigliando. Imprenditori e governi la chiamano “carenza di manodopera” e la trattano come un’emergenza da correggere, quasi sempre con politiche di immigrazione o incentivi alla natalità.

Ma la carenza di manodopera non è un problema nuovo per l’economia mondiale. E la storia ci suggerisce qualcosa di molto interessante: proprio nella scarsità si è spesso alimentata l’innovazione tecnologica. Uno studio recente — firmato da Bruno Caprettini (Università di San Gallo), Alex Trew (Università di Glasgow) e Hans-Joachim Voth (Università di Zurigo) — si concentra su un episodio esemplare di questo meccanismo: l’Inghilterra di inizio Ottocento, alle prese con guerre che sottrassero all’economia una quota impressionante della sua forza lavoro maschile.

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Tra il 1792 e il 1815, infatti, mentre Gran Bretagna e Francia si contendevano il dominio globale, più di un inglese maschio su dieci finì arruolato nell’esercito o nella marina. Il reclutamento, e quindi la riduzione di forza lavoro, non fu uniforme sul territorio: alcune contee mandarono al fronte molte più braccia di altre. Questo generò shock salariali localizzati e le cronache dell’epoca parlano di aumenti salariali del 20-25% in alcune contee dello Yorkshire.

Gli autori hanno sfruttato proprio questa disomogeneità per provare a rispondere a una domanda che la storiografia dibatte da decenni: perché la rivoluzione industriale è nata in Gran Bretagna e non altrove? La tesi classica di Robert Allen indicava la convenienza di sostituire lavoro caro con carbone a buon mercato; altri storici, come Joel Mokyr, hanno invece attribuito il primato britannico alla qualità della manodopera, in particolare a una rete diffusa di meccanici capaci di costruire e mantenere macchine complesse. Confrontare la Gran Bretagna con altri paesi, però, è un esercizio statisticamente debole e quindi, analizzare le differenze locali offre un orizzonte d’indagine decisamente più interessante.

Per isolare un nesso causale, i ricercatori si sono concentrati sul reclutamento navale, condizionato da un vincolo puramente geografico: le grandi navi da guerra britanniche richiedevano acque profonde per l’ancoraggio e non esisteva un meccanismo centralizzato di reclutamento. In questo senso la distanza dalla costa profonda e collegata all’intensità del reclutamento, e questo indipendentemente dalle caratteristiche economiche locali. Applicando questo schema gli autori mettono a confronto due comunità del Norfolk, Clackclose e Smithdon, simili per popolazione e terreno, ma con la seconda affacciata su acque profonde. Il risultato è decisamente interessante: Smithdon subì un reclutamento più intenso ma arrivò ad avere il doppio delle macchine trebbiatrici della vicina Clackclose.

Su tutto il campione costiero, un raddoppio del reclutamento produsse in media una macchina agricola in più: la scarsità di manodopera, misurata attraverso oltre ventimila annunci di giornali dell’epoca geolocalizzati uno per uno, spinse concretamente le aziende agricole ad automatizzare. Il dato più interessante riguarda però l’interazione con le competenze: dove esisteva una base di artigiani meccanici — fabbri, costruttori di mulini, orologiai formati come apprendisti prima della guerra — l’effetto della scarsità di lavoro sull’adozione tecnologica risultava molto più forte. In altri termini, scarsità di manodopera e abbondanza di competenze si sono rafforzate a vicenda alimentando lo sviluppo tecnologico.

Visti questi risultati, possiamo tornare all’attualità e porci una semplice domanda: se la scarsità di lavoratori accelerò la meccanizzazione britannica di due secoli fa, cosa servirebbe perché lo stesso meccanismo funzioni oggi nelle economie europee alle prese con l’invecchiamento demografico? Gli autori dello studio suggeriscono che la variabile decisiva non è la carenza in sé, ma la disponibilità contemporanea di capitale e competenze tecniche capaci di trasformarla in automazione produttiva.

Foto di Greet Gladine

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