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BIS, il rischio bolla sull’IA e quel nesso tra debito pubblico e stabilità finanziaria

La Banca dei regolamenti internazionali (BIS) accosta il boom di investimenti nell’IA alle grandi bolle speculative della storia, dal canale ottocentesco alla dot-com, e segnala un nuovo nesso di rischio tra debito pubblico e stabilità finanziaria

Il canale inglese degli anni Trenta dell’Ottocento. Le ferrovie britanniche del decennio successivo. L’euforia dell’elettrificazione dei “ruggenti anni Venti”. La bolla delle dot-com di fine anni Novanta. Sono i quattro precedenti che la Banca dei regolamenti internazionali (BIS) cita, senza troppi giri di parole e lasciando il lettore comprensibilmente scosso, per inquadrare il boom di investimenti nell’intelligenza artificiale in corso oggi, a cui molti guardano indicando proprio un rischio di bolla.

Ogni episodio, ricorda l’istituto di Basilea, è partito da un’innovazione tecnologica reale e si è concluso attirando più capitale di quanto i ritorni commerciali potessero giustificare. Ogni episodio, aggiunge la BIS, si è chiuso con una recessione diffusa all’intera economia.

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Chiariamo subito, la BIS non sta dicendo che quello che sta accadendo attorno all’IA è sicuramente una bolla specilativa, ma ci mette in guardia sottolineando un rischio emergente che nasce dall’intreccio tra la finanza pubblica sotto pressione — debito record in molte economie avanzate — e la fragilità del sistema finanziario privato. La BIS lo chiama nesso di stabilità fiscale-finanziaria, e lo considera uno dei temi centrali del 2026, sviluppato nel dettaglio nel capitolo del rapporto dedicato al debito pubblico e ai mercati finanziari.

I numeri aiutano a capire perché citare quattro famose bolle speculative non sia esagerato. Solo i cinque maggiori hyperscaler — i colossi tecnologici che stanno costruendo l’infrastruttura di calcolo per l’intelligenza artificiale — spenderanno insieme oltre 1.000 miliardi di dollari in investimenti legati all’IA tra il 2025 e il 2026, una cifra che secondo la BIS supera ormai gli utili e i flussi di cassa delle stesse aziende (free cash flow), spingendone alcune a indebitarsi ulteriormente per finanziarla.

I fondi di private credit — un ecosistema che da solo vale oltre 1.000 miliardi e secondo anello della catena del nesso di stabilità fiscale-finanziaria — hanno quadruplicato negli ultimi cinque anni l’esposizione a intelligenza artificiale e information technology, che oggi rappresenta circa il 15% dei loro portafogli. In altri termini si può dire che una componente strutturale del credito privato finanzia oramai gli investimenti in data center, infrastrutture di calcolo e semiconduttori. Ma il private credit – eccolo il primo problema – non è più solo affare di investitori istituzionali. Come abbiamo già raccontato, il setttore si è aperto al retail.

Qui iniziano i primi segnali di stress. Alcuni fondi di private credit rivolti alla clientela retail hanno affrontato nei mesi scorsi richieste di rimborso in aumento. Una pressione che li costringe a liquidare attivi – e quindi anche gli investimenti in IA – prima del previsto.

Il rischio maggiore, per la BIS, non è tanto che l’intelligenza artificiale deluda le attese di produttività — scenario comunque contemplato — quanto che una rivalutazione al ribasso dei titoli legati all’IA produca un effetto più marcato sugli investitori e di conseguenza un impatto sui consumi più pronunciato. I titoli statunitensi pesano oggi circa il 64% dell’indice azionario globale MSCI, per cui una correzione innescata da Wall Street si trasmetterebbe rapidamente al resto del mondo. Un aggiustamento di questa portata, unito a una nuova impennata inflazionistica, potrebbe secondo l’istituto innescare una stretta creditizia più ampia di quanto i mercati stiano prezzando oggi.

La ricetta indicata da Francoforte, Basilea e dintorni è sostanzialmente sempre la stessa: priorità alla stabilità dei prezzi, rafforzamento della vigilanza finanziaria, conti pubblici in ordine, riforme per una crescita sostenibile. Il punto dolente – ultimo anello della catena del nesso di stabilità fiscale-finanziaria – è che tutte queste ricette richiedono una pre condizione: che i bilanci pubblici abbiano margini di manovra fiscali, politici e di credibilità. Ma l’enorme accumulo di debito pubblico degli ultimi anni ha eroso questi margini in maniera importante, rendendo la capacità di risposta fiscale semplicemente impotente.

Illustrazione di Gerd Altmann

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