Negli ultimi anni l’industria degli ETF non si è limitata ad accumulare capitali: ha moltiplicato anche la propria complessità. Il patrimonio globale investito in questi strumenti ha superato i 21.900 miliardi di dollari ad aprile 2026, in crescita del 10,5% da inizio anno e ormai all’83° mese consecutivo di afflussi netti positivi.
Ma è soprattutto il segmento degli ETF a gestione attiva — che affidano le scelte di portafoglio a un gestore invece di limitarsi a replicare un indice — a crescere più rapidamente di tutto il resto, quasi triplicando i flussi record dello scorso anno. È il segno di un settore che ha smesso da tempo di offrire solo semplici panieri passivi, e cerca costantemente strutture nuove per attrarre capitali. In questa corsa alla sofisticazione rientrano anche gli ETF a leva: strumenti che promettono di amplificare, in un’unica direzione, l’andamento di un titolo o di un indice.
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri, ma nasconde un dettaglio che manda in confusione molti investitori. Un ETF a leva 2x non punta a raddoppiare il rendimento di un titolo nel tempo, ma solo quello di una singola seduta di Borsa. Per mantenere quel moltiplicatore, il fondo stipula contratti swap con banche d’investimento e ogni sera, alla chiusura dei mercati, ribilancia la propria esposizione: se il titolo è salito, deve comprarne altri per restare a leva 2x il giorno successivo; se è sceso, deve venderne. Il problema è che questo ribilanciamento giornaliero, ripetuto nel tempo, fa deviare il rendimento del fondo da quello che ci si aspetterebbe semplicemente raddoppiando la performance cumulata del sottostante — un fenomeno che gli operatori chiamano decadimento da volatilità (volatility drag). Per questo, da anni, SEC e FINRA raccomandano di non detenere questi prodotti oltre una singola giornata di negoziazione.
È proprio il meccanismo di ribilanciamento, però, a rappresentare il rischio più delicato — non solo per chi investe, ma per il mercato nel suo complesso. Alla fine di ogni seduta, un ETF a leva genera, per il meccanismo descritto in precedenza, un flusso di acquisti o vendite proporzionale alla propria dimensione: su un titolo molto liquido l’effetto è marginale, ma se il fondo cresce abbastanza rispetto agli scambi quotidiani del titolo sottostante, quel flusso smette di essere marginale e diventa esso stesso un fattore di prezzo, una sorta di “domanda artificiale” che incide sulla quotazione del sottostante. In pratica, se volessimo riassumere cosa accade, l’ETF a leva, nato per seguire l’andamento del titolo sottostante, comincia a determinarne il prezzo. Negli Stati Uniti la SEC ha già bloccato, a maggio, nove richieste di nuovi ETF a leva superiore al doppio, temendo che l’esposizione al rischio superasse i limiti previsti rispetto al patrimonio del fondo.
Un ulteriore allarme sulla criticità di questi strumenti è arrivato nelle scorse settimane dalla Corea del Sud. Il CSOP SK Hynix Daily Leveraged ETF, quotato a Hong Kong, è passato da 3 a 13 miliardi di dollari di patrimonio in nove mesi, diventando il più grande ETF a leva su singolo titolo al mondo. Nei giorni di maggiore volatilità, il fondo e i suoi omologhi arrivano a coprire due terzi degli scambi sul titolo — una quota enorme per un’azienda che vale 1.200 miliardi di dollari. Il 2 luglio, un crollo di oltre il 20% del fondo ha contribuito a un ribasso di oltre il 10% del titolo sottostante, con ripercussioni che dal Kospi sono giunte fino al Nasdaq. Nei giorni seguenti la Banca di Corea ha reagito inviando un avvertimento formale al Parlamento: la quota combinata di Samsung e SK Hynix sugli scambi di mercato è salita dal 27,9% al 63,5% da quando i relativi prodotti a leva sono stati approvati, un livello di concentrazione che rende l’intero listino coreano ostaggio delle oscillazioni di due soli titoli.





