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Le banche centrali pianificano di ridurre le riserve in dollari: cosa dice il sondaggio OMFIF

Secondo il sondaggio di OMFIF la maggioranza delle banche centrali prevede di ridurre la quota di dollari nei prossimi dieci, un’inversione di rotta che arriva mentre il dollaro è forte sui mercati.

C’è una notizia che sembra cozzare con l’andamento dei due asset – oro e dollaro – sui mercati finanziari: per la prima volta in tre anni, le banche centrali puntano a diversificare lontano dal dollaro, nonostante la forza attuale del biglietto verde. Euro e renminbi i favoriti per la sostituzione, ma il chiodo fisso resta l’oro.

Il rapporto Global Public Investor 2026 dell’OMFIF, think tank britannico specializzato in banche centrali e fondi sovrani, segna una svolta: per la prima volta dall’avvio della rilevazione nel 2023, prevalgono le istituzioni che intendono ridurre l’esposizione al dollaro nel lungo periodo su quelle che vogliono aumentarla. Il dato colpisce perché arriva in un momento di forza per il biglietto verde, salito del 3% da inizio anno grazie ai tassi USA più alti e alla fuga verso beni rifugio innescata dalla guerra Iran-USA. Proprio l’incertezza geopolitica, insieme alle politiche statunitensi imprevedibili, è però il motore della diversificazione di lungo termine: il 79% delle banche centrali ritiene che il sistema monetario si stia muovendo verso un assetto multipolare.

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Il sondaggio, condotto tra marzo e maggio su 90 istituzioni con oltre 10.000 miliardi di dollari di patrimonio, mostra un portafoglio riserve atteso tra dieci anni al 52% in dollari (oggi circa 57%), 23% in euro e 5% in yuan. Sull’euro, il 29% degli intervistati punta a incrementare le riserve nel lungo periodo (contro il 22% dello scorso anno), percentuale che salirebbe ulteriormente se l’Unione Europea diventasse emittente permanente di debito comune, come indicato dal 55% dei rispondenti.

L’oro resta però il principale beneficiario: un netto 30% delle banche centrali punta ad aumentarne le riserve nei prossimi uno-due anni, con il 61% che si attende un prezzo tra 5.000 e 6.000 dollari l’oncia entro giugno 2027. Le motivazioni sono sempre più strategiche: la copertura dal rischio geopolitico è citata dal 51% dei rispondenti, undici punti in più rispetto al 2024.

Infine, il sondaggio rileva un forte investimento in intelligenza artificiale: l’89% delle banche centrali dei paesi avanzati la utilizza già, contro il 44% di quelle dei mercati emergenti.

Foto di Thomas Breher

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