Banche centrali e aspettative d’inflazione. Un rapporto controverso

Le banche centrali, agendo attraverso le proprie comunicazioni sulle aspettative d’inflazione di famiglie ed imprese, provano a stimolare la domanda interna e gli investimenti. Ma, secondo un recente studio, si tratta di una “strategia” da usare con cautela.

A partire dagli anni 90 dello scorso secolo le comunicazioni al pubblico delle Banche Centrali sono diventate sempre più esse stesse degli strumenti di politica monetaria. Lo scopo principale rimane quello della stabilità dei prezzi e, in periodi di recessione come quello che stiamo vivendo, diventa particolarmente importante stimolare i consumi e riattivare l’occupazione.

Un dei canali attraverso i quali portare avanti questa strategia è l’aspettiva di inflazione degli operatori economici. Il meccanismo è piuttosto semplice. Annunciando un piano di riacquisto titoli (il famoso QE) oppure affermando che i tassi di interesse rimarranno bassi per un lungo periodo di tempo, la banca centrale prova a modificare la percezione, da parte delle famiglie e delle imprese, dell’andamento futuro dei prezzi – l’inflazione – e quindi del tasso di interesse reale (che è il tasso di interesse nominale al netto dell’inflazione).

Se l’aspettativa di inflazione sale, le famiglie saranno propense a ridurre la quota di risparmio ed aumentare quella della spesa. Perchè, stante la promessa di tassi bassi e non modificati a lungo, un ribasso del tasso reale di interesse renderà meno conveniente risparmiare e sposterà quote di reddito sulla spesa, con l’intento di anticipare il rialzo dei prezzi.

Se tutto questo funziona, agendo sulle aspettative di inflazione le banche centrali dovrebbero riuscire ad aumentare la domanda interna, stimolando la crescita e producendo realmente un aumento del livello dei prezzi. Ma va davvero così?

Nel giugno del 2018, a Sintra in Portogallo, gli economisti Olivier Coibion, Yuriy Gorodnichenko, Saten Kumar e Mathieu Pedemonte presentarono alla riunione dei banchieri centrali dell’eurozona un paper dal titolo “Inflation Expectations as a Policy Tool?”. Sostanzialmente i quattro economisti mettevano in guardia i governatori presenti: agire sull’aspettativa di inflazione può, anzichè stimolare la domanda, renderla ancora più debole. E questo perchè famiglie ed imprese associano un’inflazione più alta ad un quadro economico deteriorato. Inoltre, sostenevano i quattro, la leva delle aspettative sembra funzionare in un contesto già caratterizzato da inflazione elevata, mentre appare in gran parte ininfluente nelle economie con bassa inflazione.

L’accoglienza di queste tesi da parte del qualificato pubblico di Sintra fu, per usare un eufemismo, piuttosto freddina. Con poche evidenze a loro favore, quanto sostenuto da Gorodnichenko e colleghi pareva più una suggestione.

A distanza di due anni, nell’insolito “Virtual Simposium” della FED di fine agosto, Gorodnichenko è tornato alla carica. Questa volta, coadiuvato da Olivier Coibion e Bernardo Candia, i dati raccolti sembrano molto più convincenti e confermano la tesi: un’aspettativa di inflazione in salita può essere percepita dalle famiglie e dalle imprese come un fenomeno negativo, collegato ad un quadro economico in peggioramento. La conseguenza è la decisione di ridurre i consumi, gli investimenti e l’occupazione.

Ai tre economisti, sotto lo sguardo attento di J Powell, fresco di annuncio di revisione strategica della politica monetaria della Fed, non è rimasto che ribadire il suggerimento già proposto a Draghi e colleghi a Sintra nel 2018. Per evitare il cortocircuito occorre spostare l’oggetto della comunicazione della banca centrale dagli strumenti agli obiettivi. In parole semplici, occorre far capire alle famiglie ed alle imprese il perchè si agisce in un certo modo, piuttosto che soffermarsi sui mezzi attraverso i quali si intende agire in quella determinata maniera.

Se si vuole che l’aspettativa inflazionistica funga da stimolo alla domanda, le banche centrali devono sottolineare che un livello più alto di inflazione consentirà di raggiungere un livello di occupazione più alto, più benessere e più crescita.

Foto di Gerd Altmann

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