La settimana economica dal 13 al 18 aprile 2026 è stata ancora una volta dominata dalle questioni geopolitiche. Le ultime notizie sembrano avvicinare una soluzione del conflitto in Medio Oriente, in un quadro che rimane comunque fragile. Nel frattempo le prime trimestrali del 2026 negli USA stanno dando indicazioni positive, a Siena Lovaglio si riprende Monte Paschi e l’Europa batte un colpo sulla crisi energetica. Questa settimana ci ha anche lasciati un grande della finanza mondiale: Mark Mobius.
Italia. La battaglia di Siena: Lovaglio vince, Delfin decide
L’assemblea dei soci di Monte dei Paschi di Siena del 15 aprile ha consegnato un verdetto che pochi, fino alla vigilia, si aspettavano. La lista promossa da Plt Holding — la holding della famiglia Tortora, titolare dell’1,5% del capitale — ha ottenuto il 49,95% dei voti espressi, battendo con oltre dieci punti di scarto la lista del consiglio di amministrazione uscente, ferma al 38,79%. L’affluenza si è attestata al 64% del capitale. La variabile decisiva è stata Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio con il 17,5% del capitale: ha abbandonato all’ultimo il ruolo di osservatore neutrale, votando a favore della riconferma di Luigi Lovaglio e mettendo in minoranza la lista del board uscente. Anche Banco BPM si è allineato. Lovaglio era stato chiamato alla guida di MPS nel febbraio del 2022, in una fase difficilissima per la banca senese, e in quattro anni aveva guidato un aumento di capitale da 2,5 miliardi, riportando l’istituto alla redditività. Il valore del titolo si è quadruplicato. Il nuovo consiglio di quindici membri dovrà ora nominare presidente e vicepresidenti: la scelta sembra convergere su Cesare Bisoni, ex UniCredit. Il piano industriale prevede 9,5 miliardi di ricavi e 16 miliardi di dividendi distribuiti nell’arco di cinque anni, con le sinergie derivanti dall’acquisizione della quota di Mediobanca al centro della strategia.
Il piano Accelerate EU: l’Unione torna a parlare di emergenza energetica
L’escalation del conflitto in Medio Oriente riporta al centro dell’agenda europea il problema energetico. La presidente Ursula von der Leyen ha scelto di agire d’anticipo: il pacchetto della Commissione contro il caro energia arriverà formalmente il 22 aprile, per poi essere discusso al Consiglio informale del 23 e 24 aprile a Cipro. Dall’inizio della guerra in Iran, la bolletta energetica dell’Unione Europea è aumentata già di 22 miliardi di euro. Il piano “Accelerate EU” combina strumenti già sperimentati con misure d’emergenza: acquisti congiunti di energia tra gli Stati membri, agevolazioni per i trasporti pubblici, incentivi per le fonti rinnovabili, aiuti alle famiglie sotto forma di voucher o sgravi fiscali, e — nella bozza più controversa — l’incoraggiamento allo smart working almeno un giorno alla settimana per ridurre i consumi energetici negli spostamenti e negli edifici. Su quest’ultimo punto la ministra spagnola del Lavoro Yolanda Diaz si è già dichiarata contraria all’obbligo, difendendo il principio della volontarietà. La comunicazione ha natura non legislativa: i Paesi membri non saranno obbligati ad adottarla, ma l’urgenza del quadro energetico rende il dibattito politicamente denso.
Bailey tra inflazione e crescita: la Bank of England davanti a una scelta difficile
Il governatore della Bank of England Andrew Bailey ha usato parole nette questa settimana, parlando agli incontri primaverili del Fondo Monetario Internazionale a Washington: il mondo si trova davanti a “un grandissimo shock energetico” che spingerà l’inflazione verso l’alto, ma la banca non intende affrettarsi ad alzare i tassi. Lo stesso FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il Regno Unito: 0,8% nel 2026, contro l’1,3% stimato a gennaio, il peggioramento più marcato tra i paesi del G7. Il FMI prevede che l’impennata dei prezzi energetici legata alla guerra spingerà l’inflazione britannica verso il 4%, il doppio del target della banca centrale. Una voce più netta è arrivata venerdì dall’economista capo della BoE Huw Pill: i tassi potrebbero dover salire per contenere la minaccia inflazionistica, avvertendo contro un approccio del tipo “aspettiamo e vediamo”. La prossima decisione della Bank of England è attesa per il 30 aprile.
Stagione delle trimestrali, Netflix e le mosse di Bessent sui dazi
È stata una settimana densa sul fronte degli utili americani. Le grandi banche hanno aperto la stagione con numeri solidi: JPMorgan Chase ha riportato ricavi per 50,54 miliardi di dollari e un utile netto in crescita del 13%, trainato dal trading obbligazionario (+21%) e dalle commissioni di investment banking (+28%). La banca ha però limato la guidance sul margine di interesse netto per il 2026, da 104,5 a circa 103 miliardi. Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley e Wells Fargo hanno seguito a ruota, con risultati che confermano la forza strutturale del sistema bancario americano. Secondo FactSet, gli utili dell’S&P 500 nel primo trimestre 2026 segnerebbero una crescita del 12,5%, la sesta consecutiva a doppia cifra.
Netflix ha pubblicato i risultati del Q1 il 16 aprile con numeri migliori delle attese: 12,25 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 16,2% sull’anno precedente, con un utile netto di 5,28 miliardi — aiutato anche dall’incasso della penale da 2,8 miliardi ricevuta da Paramount per il fallimento del tentativo di acquisire Warner Bros. Discovery, avvenuto a febbraio. Eppure le azioni sono crollate di circa il 9% nel post-mercato. Il motivo non era nei conti, ma in due annunci che hanno spiazzato gli investitori: il co-fondatore e presidente Reed Hastings non si ricandiderà al consiglio di amministrazione a giugno, dopo 29 anni, per dedicarsi alla filantropia, e la guidance per il secondo trimestre — crescita dei ricavi del 13% — è risultata inferiore alle aspettative di Wall Street. L’analista di Citi Jason Bazinet ha puntato il dito sull’invariata strategia di allocazione del capitale e sulla guidance Q2 deludente come principali fattori di delusione. Netflix entra in una nuova fase guidata dai soli co-CEO Sarandos e Peters, senza la figura simbolica del fondatore.
Sul fronte commerciale, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha aperto uno scenario rilevante: i dazi di Trump potrebbero essere ripristinati entro luglio ai livelli vigenti prima della sentenza della Corte Suprema, attraverso l’avvio di indagini ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974. La Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale l’uso dei poteri di emergenza dell’IEEPA come base per i dazi. Trump ha nel frattempo imposto dazi del 10% a titolo temporaneo, strumento in scadenza il 24 luglio. Bessent ha aggiunto di ritenere possibile una crescita del PIL americano superiore al 3-3,5% nel 2026, e ha criticato la Fed sostenendo che “l’inflazione core sta scendendo”.
Resto del Mondo. In Medio Oriente le trattative sono aperte, e anche Hormuz
La settimana si chiude con quella che potrebbe essere la svolta più rilevante dall’inizio del conflitto. Nella notte tra il 16 e il 17 aprile è entrato in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano, annunciato da Trump e salutato positivamente dalle cancellerie occidentali. L’accordo — negoziato senza il coinvolgimento diretto di Hezbollah — ha prodotto una dichiarazione ambigua ma significativa dal movimento sciita: i combattenti “terranno il dito sul grilletto, pronti a difendersi dal tradimento del nemico” in caso di violazioni israeliane. Una formulazione che non equivale né a un’adesione piena né a un rifiuto, e che già nelle prime ore ha convissuto con segnalazioni di attacchi reciproci ai confini. Nel frattempo Netanyahu ha precisato che le forze israeliane rimarranno nel sud del Libano, nella cosiddetta “zona di sicurezza allargata”, e che lo smantellamento di Hezbollah resta l’obiettivo centrale.
Il cessate il fuoco in Libano ha sbloccato il nodo energetico più atteso: il 17 aprile il ministro degli esteri iraniano Araghchi ha annunciato su X la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione commerciale per il periodo residuo della tregua, specificando che il transito dovrà avvenire lungo le rotte predisposte dall’autorità marittima iraniana. Trump ha confermato l’annuncio su Truth Social, ma ha precisato che il blocco navale americano resterà in vigore esclusivamente nei confronti dell’Iran finché i negoziati non saranno conclusi. La riapertura resta formalmente parziale: il segretario generale dell’IMO ha dichiarato di stare “verificando” l’annuncio per accertarne la conformità con la libertà di navigazione per tutte le navi mercantili.
Sul fronte diplomatico, a Parigi si è riunita una coalizione di circa cinquanta paesi — i cosiddetti “volenterosi” — per discutere una missione navale a protezione della libertà di navigazione nello stretto. Il premier britannico Starmer ha annunciato che la prossima settimana a Londra verrà definita la composizione della missione, descritta come “difensiva e pacifica”. Quanto alle trattative Iran-USA, Trump ha dichiarato che un accordo “è quasi completato”, con un nuovo round di colloqui previsto a breve a Islamabad. Teheran ha però smentito la disponibilità a trasferire all’estero il proprio uranio arricchito, segnalando che le distanze su questo punto restano significative.
IN MEMORIAM — Mark Mobius (1936–2026)
L’ultima perla ce l’ha regalata qualche mese fa, suggerendo di non acquistare oro su prezzi così alti. Mark Mobius è scomparso il 15 aprile 2026 a Singapore, all’età di 89 anni. Nato a Bellmore, Long Island, laureato al MIT con un dottorato in economia, aveva costruito in oltre trent’anni trascorsi presso Franklin Templeton Investments una carriera che ha ridisegnato il modo in cui il mondo guarda ai mercati emergenti. Sotto la sua guida, il Templeton Emerging Markets Group era cresciuto da 100 milioni a oltre 40 miliardi di dollari, con investimenti in quasi 70 paesi. Lo chiamavano “l’Indiana Jones dei mercati emergenti” per la sua abitudine di visitare personalmente ogni paese prima di investirvi — oltre 100 nazioni nel corso della vita. Il suo lascito più duraturo non è nella performance dei fondi, ma nella trasformazione strutturale che ha contribuito a realizzare: i mercati emergenti, un tempo considerati periferici, sono oggi parte integrante dei portafogli istituzionali di tutto il mondo. Fondò la sua società indipendente, Mobius Capital Partners, nel 2018, e rimase attivo quasi fino alla fine.





