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Dazi USA. Un anno dal Liberation Day e i conti che non tornano

A un anno dall’annuncio dei dazi USA, i dati raccontano una storia diversa da quella promessa nel Liberation Day: entrate fiscali parzialmente a rischio di rimborso, manifattura in perdita di posti di lavoro e prezzi più alti per i consumatori americani.

Il 2 aprile 2025 resterà nella memoria come una delle giornate più cariche di simbolismo dell’economia contemporanea. Davanti alle telecamere, il presidente Trump imbracciò una lavagnetta su cui era riportata, paese per paese, la lista delle nuove aliquote doganali: il Venezuela al 15%, il Cambogia al 49%, la Cina al 34%.

Poco dopo circolò il documento con la formula matematica usata per calcolare le tariffe “reciproche”: dividendo il deficit commerciale bilaterale per le importazioni da ciascun paese. Economisti di tutto il mondo si affrettarono a smontarla, sottolineando che non aveva nulla a che fare con le barriere commerciali reali, ma misurava piuttosto uno squilibrio macroeconomico che i dazi da soli non avrebbero mai potuto correggere. Da quel momento in poi, il mondo si preparò alla guerra commerciale.

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I mesi seguenti furono tra i più frenetici della storia economica recente. Con la Cina si aprì rapidamente un’escalation: Pechino rispose con ritorsioni aggressive, le aliquote americane sui prodotti cinesi salirono fino al 145% prima di una tregua parziale, e interscambi strategici come le esportazioni americane di soia verso la Cina si azzerarono. Con l’Unione Europea l’aliquota fu fissata al 20%, poi sospesa per 90 giorni nel quadro di una trattativa ancora in corso. Con il Regno Unito fu raggiunto un accordo bilaterale a maggio. Nel frattempo, imprenditori, importatori e consumatori di mezzo mondo si trovavano a navigare tra annunci, sospensioni, esenzioni e nuove misure che si susseguivano con cadenza quasi quotidiana.

Il 20 febbraio 2026, con una sentenza sei a tre, la Corte Suprema ha stabilito che la legge invocata dall’amministrazione — l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 — non autorizzava il presidente a imporre tariffe. SCOTUSblog Il presidente Roberts, scrivendo per la maggioranza, ha osservato che la parola “regolare” le importazioni non include il potere di tassarle, una prerogativa che la Costituzione riserva al Congresso. Nel giro di poche ore dalla sentenza, Trump ha firmato un nuovo decreto che introduceva un’aliquota globale del 10% fondata su una diversa base giuridica, la Sezione 122 del Trade Act del 1974, attiva per 150 giorni. La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa.

Fin qui la cronistoria, ma la domanda sul tavolo è un’altra. Quanto hanno reso i dazi all’erario americano? I dati (elaborati dal PIIE) offrono una risposta più sobria di quanto la retorica governativa lasciasse intendere. Nel corso dell’anno fiscale 2025, il governo federale ha incassato circa 195 miliardi di dollari in dazi doganali, oltre il 150% in più rispetto al 2024. Una cifra apparentemente imponente, ma che ha coperto meno del 10% del deficit federale previsto di 1.900 miliardi di dollari. E la complicazione maggiore deve ancora arrivare: circa 175-179 miliardi di quei proventi erano stati riscossi in base all’IEEPA Ropes & Gray LLP, la legge ora bocciata dalla Corte Suprema. Il rimborso agli importatori è al centro di un contenzioso che potrebbe protrarsi per anni.

Sul fronte della manifattura — il settore che avrebbe dovuto beneficiare più di tutti — il quadro è desolante. Secondo il Bureau of Labor Statistics, l’occupazione manifatturiera è calata di 108.000 unità nel corso del 2025. Progressive Policy Institute L’indice PMI del settore, elaborato dall’Institute for Supply Management, ha registrato dieci mesi consecutivi di contrazione, chiudendo l’anno al valore più basso dall’inizio delle rilevazioni. I dazi sulle materie prime e sui semilavorati importati — che costituiscono oltre la metà dei costi di produzione per molte industrie — hanno colpito duramente proprio le filiere più integrate con i mercati globali: macchinari, componentistica, trasporti.

Sul fronte degli investimenti esteri diretti negli Stati Uniti, i dati trimestrali del Bureau of Economic Analysis raccontano una storia a due velocità. Il primo trimestre 2025 — il primo dopo l’annuncio dei dazi — ha registrato afflussi per soli 52,8 miliardi di dollari, calo del 34% rispetto al trimestre precedente e il dato più debole dal 2022. Il secondo trimestre ha segnato un rimbalzo a 102 miliardi, ma oltre la metà della cifra era composta da utili reinvestiti da parte di filiali già presenti sul territorio. La componente più significativa — i nuovi progetti di investimento — racconta un’altra storia: nel quarto trimestre 2025 sono stati annunciati 463 nuovi progetti FDI negli Stati Uniti, il 17% in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. L’incertezza sulle regole commerciali ha frenato proprio le decisioni di lungo periodo, quelle che portano alla costruzione di nuovi impianti e alla creazione di posti di lavoro.

Sulle famiglie, infine, il conto è arrivato puntuale. Secondo le stime dello Yale Budget Lab, le politiche tariffarie del 2025 hanno pesato in media per 1.800 dollari a nucleo familiare, con i prezzi dell’abbigliamento in rialzo del 17% e quelli alimentari del 2,8% per effetto diretto dei dazi. La ricerca del PIIE documenta che almeno fino a luglio 2025 sono state le imprese americane ad assorbire la maggior parte di questi costi, comprimendo i propri margini anziché scaricare tutto sul consumatore finale — ma con evidenti conseguenze su occupazione e investimenti.

Foto di Markus Winkler

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