La settimana appena conclusa ha consegnato un quadro economico dominato da un unico grande tema: le conseguenze dello shock energetico innescato dal conflitto in Medio Oriente. Dall’inflazione europea che torna sopra il target, alle stime di crescita tagliate su tutti i fronti, fino al rimbalzo tecnico del mercato del lavoro americano e ai dati industriali deludenti dal Giappone, ogni indicatore racconta la stessa storia: un’economia globale che stava gradualmente ritrovando equilibrio e che si trova ora a fronteggiare uno shock di offerta severo, con la banca centrale europea che temporeggia, quella britannica che rinuncia ai tagli pianificati e i prezzi del petrolio che hanno registrato a marzo il balzo mensile più ampio dagli anni Ottanta.
Italia — Bankitalia taglia le stime, ma Panetta rassicura sui conti pubblici
La settimana si è aperta con due interventi ravvicinati del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta. Il 31 marzo, nella tradizionale relazione all’Assemblea dei partecipanti, Panetta ha riconosciuto che lo scenario si è “rapidamente deteriorato” nelle prime settimane del 2026, dopo che le tensioni con l’Iran sono sfociate in un conflitto militare aperto. La Banca d’Italia ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano: nello scenario base, l’economia crescerebbe dello 0,5% nel 2026 (contro lo 0,6% stimato a dicembre), mentre l’inflazione salirebbe al 2,6%, un punto percentuale in più rispetto al 2025.
Nello scenario avverso — quello che ipotizza il petrolio stabile sopra i 150 dollari al barile e il gas vicino ai 120 euro a megawattora — la crescita italiana si azzererebbe nel 2026 per poi contrarsi dello 0,6% nel 2027, con l’inflazione che schizzerebbe al 4,5%. Un quadro di stagflazione che via Nazionale non esclude più esplicitamente dai propri scenari.
Il giorno successivo, intervenendo alla conferenza MAECI-Banca d’Italia, Panetta ha però sottolineato che il miglioramento delle finanze pubbliche italiane ha finora attutito l’impatto sui mercati, proteggendo il Paese da una percezione peggiore da parte degli investitori, e ha definito questa condizione “importante da tenere a mente anche per il futuro”. Un argomento che è, al contempo, una rassicurazione e un monito a non dissipare i margini di credibilità accumulati. Panetta ha anche evocato il rischio di un “circolo vizioso tra prezzi e salari” e messo in guardia sugli alti livelli di debito pubblico in molte economie, che limitano lo spazio per interventi di bilancio.
A confermare il deterioramento del quadro è intervenuta anche S&P: l’agenzia di rating ha dimezzato le stime di crescita per l’Italia allo 0,4%, contro la previsione precedente dello 0,8%, avvertendo che se lo shock petrolifero si rivelasse più grave e duraturo, l’inflazione potrebbe superare il 5% a maggio-giugno, facendo precipitare l’economia in una recessione tecnica a metà anno.
Sul fronte dei prezzi al consumo, i dati preliminari ISTAT pubblicati il 1° aprile mostrano un’inflazione italiana di marzo all’1,7% annuo, in accelerazione dall’1,5% di febbraio. Il rimbalzo è dovuto soprattutto alla netta risalita dei prezzi nel settore energetico e all’accelerazione degli alimentari non lavorati. Il “carrello della spesa” — cioè alimentari, cura della casa e della persona — ha registrato una crescita annua del 2,2%, contro il 2,0% di febbraio. L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, ha invece mostrato un rallentamento, scendendo al 1,9%.
Europa — L’inflazione torna sopra il target, la BCE prepara aprile
La stima flash di Eurostat pubblicata il 31 marzo ha confermato quello che i mercati già temevano: l’inflazione annuale dell’area euro è salita al 2,5% a marzo 2026, rispetto all’1,9% di febbraio, il livello più alto da gennaio 2025, tornando sopra l’obiettivo del 2% della BCE. Il dato si è rivelato leggermente migliore delle attese di consenso — il mercato scontava il 2,6% — ma il movimento è significativo e tutto concentrato in un’unica voce.
Il principale driver del rialzo è stato il forte rimbalzo dell’energia, passata dal -3,1% di febbraio al +4,9% di marzo su base annua. Al contrario, i prezzi dei servizi hanno rallentato dal 3,4% al 3,2%, mentre la componente alimentare è scesa dal 2,5% al 2,4%. Il tasso core, che esclude energia e alimentari, è sceso dal 2,4% al 2,3%. L’accelerazione dell’inflazione è dunque tutta importata — il conflitto in Medio Oriente si trasmette direttamente in bolletta — mentre le pressioni interne tendono ancora a calmarsi. Il rischio, riconosciuto dagli analisti, è che nei prossimi mesi i rincari energetici si trasferiscano ai salari e ai servizi, innescando effetti di secondo impatto che preoccupano le autorità monetarie.
Nelle proiezioni di marzo, gli esperti della BCE prevedono inflazione media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, con crescita economica pari allo 0,9% nel 2026, all’1,3% nel 2027 e all’1,4% nel 2028. Proiezioni già incorporate con un aggiornamento posticipato rispetto al consueto per tener conto delle prime settimane del conflitto, ma che i mercati considerano già superate dagli sviluppi. La prossima riunione del Consiglio direttivo è fissata per il 30 aprile: sarà il primo vero banco di prova della reazione di Francoforte.
Gran Bretagna — L’economia britannica sente il peso della crisi energetica
Anche il Regno Unito porta i segni della crisi energetica. I dati PMI di marzo, pubblicati il 1° aprile, hanno mostrato un netto rallentamento dell’attività in entrambi i comparti, manifatturiero e servizi. Il chief economist di S&P Global Market Intelligence, Chris Williamson, ha commentato che “la guerra in Medio Oriente ha colpito l’economia britannica a marzo”, con le imprese che hanno attribuito il calo direttamente agli eventi geopolitici: avversione al rischio da parte dei clienti, pressioni sui prezzi, aumento dei costi finanziari e interruzioni nelle catene di fornitura e nei viaggi d’affari.
Il quadro di partenza era già fragile: il PIL di gennaio 2026 aveva registrato crescita zero, e la Bank of England aveva già votato all’unanimità il 19 marzo per mantenere il tasso di riferimento al 3,75%, rinunciando al taglio che i mercati davano per scontato prima dello scoppio del conflitto. Il governatore Bailey aveva sottolineato che “la politica monetaria non può influenzare i prezzi globali dell’energia”, ma che la banca centrale è pronta ad agire per garantire il rientro dell’inflazione verso il target del 2%, monitorando in particolare il rischio di effetti di secondo impatto su salari e prezzi. La prossima riunione del MPC è prevista per il 30 aprile, stessa data della BCE.
Stati Uniti — Il mercato del lavoro sorprende, ma è un rimbalzo tecnico
Il dato della settimana negli Stati Uniti arriva all’ultima ora di venerdì 4 aprile, con i mercati già chiusi per il Venerdì Santo. I nonfarm payrolls hanno segnato un aumento di 178.000 unità — molto superiore alle attese di circa 59.000 — invertendo il calo di 133.000 registrato a febbraio (rivisto al ribasso) e toccando il livello più alto dalla fine del 2024. Il tasso di disoccupazione è sceso leggermente al 4,3%.
Il rimbalzo è però in parte tecnico: i guadagni sono stati concentrati nella sanità, con 76.000 nuovi posti, in gran parte legati al ritorno dei lavoratori colpiti dallo sciopero Kaiser Permanente che aveva depresso i numeri di febbraio. Depurato da questo effetto di recupero, il quadro strutturale resta quello di un’economia in rallentamento. I salari orari medi sono saliti solo dello 0,2% mensile e del 3,5% annuo — il dato annuale più basso da maggio 2021 — e le ore lavorate sono scese a 34,2 ore settimanali. La disoccupazione di lungo periodo continua a salire, e nell’ultimo anno il mercato del lavoro ha creato in totale appena 260.000 posti, una media di 22.000 al mese.
Pacifico — Il Giappone sotto pressione, i dati di febbraio deludono
I dati economici pubblicati il 31 marzo dal ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese dipingono uno scenario di pressione crescente. La produzione industriale di febbraio 2026 è scesa del 2,1% su base mensile, interrompendo due mesi di crescita consecutivi: le flessioni più marcate hanno riguardato i veicoli a motore, i metalli lavorati e i componenti elettronici. Nello stesso giorno, i dati sulle vendite al dettaglio hanno mostrato una contrazione del 2,0% mensile, contro attese di segno positivo, con una flessione dello 0,2% su base annua. Segnali che indicano come la domanda interna stia cedendo sotto il peso dell’incertezza energetica e geopolitica, proprio nel momento in cui il Giappone — che importa circa il 94% del proprio petrolio dal Medio Oriente — è tra i paesi più esposti allo shock di Hormuz. La Bank of Japan si trova in una posizione delicata: alzare i tassi per contenere un’inflazione ancora sopra target rischia di soffocare ulteriormente un’economia già in difficoltà.
Medio Oriente — Aprile si annuncia peggio di marzo
A oltre cinque settimane dall’inizio del conflitto, il consuntivo economico del confronto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran si fa sempre più pesante. Il nodo centrale rimane lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava in condizioni normali circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio: il traffico navale si è portato a un sostanziale stallo. Il Brent ha chiuso marzo intorno ai 116 dollari al barile, in rialzo di circa il 60% dall’inizio del conflitto, registrando il più grande balzo mensile dalla fine degli anni Ottanta. I prezzi del gas naturale europeo sono saliti di oltre il 70%. Parte della pressione è stata attutita dal rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — il maggiore in assoluto nella storia — e dalla temporanea sospensione di alcune sanzioni su petrolio russo e iraniano da parte degli Stati Uniti.
Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha lanciato il 2 aprile un avvertimento esplicito: “Il mese di aprile sarà molto peggio di marzo”, perché le ultime navi cariche di greggio partite prima dell’inizio del conflitto stanno esaurendo il loro effetto tampone. In aprile la perdita netta di approvvigionamento sarà il doppio di quella di marzo, con conseguenze dirette su inflazione e crescita in molti paesi, specialmente emergenti, dove potrebbe arrivare presto il razionamento dell’energia.
Iraq, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti stanno riducendo la produzione petrolifera perché i magazzini a terra si stanno riempiendo senza che le navi possano imbarcare il greggio: “A un certo punto tutti chiuderanno i pozzi se le navi non torneranno,” ha avvertito una fonte di una grande compagnia petrolifera di Stato della regione. Tornare ai volumi precedenti, anche in caso di cessazione rapida delle ostilità, richiederà mesi di lavoro tecnico. Trump ha dichiarato in più occasioni nel corso della settimana che le truppe americane si ritireranno dall’Iran “in due o tre settimane”, provocando brevi recuperi sui mercati finanziari; ma i mercati fisici dell’energia raccontano una storia diversa e più lenta.







