È stata un’altra settimana economica – quella dal 9 al 14 marzo 2026 – ad alta tensione per l’economia globale. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha continuato a dominare l’agenda finanziaria internazionale, scuotendo i mercati dell’energia, rimettendo in discussione le prospettive d’inflazione e complicando i calcoli delle banche centrali. E a proposito di banche centrali, dagli Stati Uniti arriva la notizia che il giudice federale James Boasberg ha posto fine all’indagine penale avviata dal Dipartimento di Giustizia nei confronti della Federal Reserve; decisamente una brutta sberla per Trump. Sul fronte orientale, la Cina ha chiuso la sessione annuale del suo parlamento con un bilancio che segna una svolta nella storia economica del paese.
Italia
L’industria italiana apre il 2026 con il segno meno. A gennaio 2026, secondo le stime dell’Istat, l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dello 0,6% rispetto a dicembre, registrando un calo identico anche su base annua, al netto degli effetti di calendario. Si tratta di una flessione diffusa, che colpisce la quasi totalità dei comparti. L’unica eccezione è il settore energetico, cresciuto del 4,5% su base mensile e di oltre il 10% su base annua, mentre i beni di consumo hanno ceduto il 3,8% rispetto a gennaio 2025, i beni intermedi l’1,6% e i beni strumentali lo 0,3%.
Tra i comparti più colpiti spiccano la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, in calo di quasi il 13%, e la chimica, che arretra di oltre sette punti percentuali. A fare eccezione in senso positivo è il comparto degli autoveicoli, che trascina al rialzo l’intera voce dei mezzi di trasporto. Il quadro conferma una manifattura ancora alle prese con la debolezza della domanda e con il peso persistente dei costi energetici. Nella media del trimestre novembre-gennaio si registra tuttavia una crescita dello 0,7% rispetto ai tre mesi precedenti, un segnale che invita alla cautela prima di trarre conclusioni definitive sull’andamento del ciclo produttivo.
Europa e Regno Unito
Sul fronte monetario europeo, la settimana ha portato in primo piano una domanda destinata ad accompagnare il dibattito nei mesi a venire: fino a quando la Banca Centrale Europea lascerà i tassi invariati? La risposta degli economisti è più prudente di quanto i mercati stiano scontando.
Un sondaggio Bloomberg condotto tra il 6 e l’11 marzo rivela che appena il 7% degli economisti intervistati si attende una mossa entro dicembre, e meno di un terzo prevede qualsiasi inasprimento entro la fine del prossimo anno. I mercati finanziari, invece, stanno già prezzando un aumento di un quarto di punto del tasso sui depositi entro luglio, con buone probabilità di un ulteriore rialzo entro fine 2026.
La divergenza riflette due letture molto diverse delle pressioni inflazionistiche, alimentate in misura crescente dalla guerra in Medio Oriente. Il tasso sui depositi è rimasto invariato al 2% nella riunione di marzo, e la BCE ha confermato il proprio approccio dipendente dai dati, senza pre-impegnarsi su alcun percorso futuro. Gli atti della riunione di febbraio, pubblicati questa settimana, mostrano che ancora poche settimane fa i governatori temevano piuttosto un sottotiro dell’obiettivo del 2%: i verbali rivelano che in quel momento i responsabili della politica monetaria si aspettavano un’ulteriore discesa dell’inflazione al di sotto del target, prima che il conflitto in Medio Oriente alterasse bruscamente le prospettive energetiche.
Il quadro britannico si è fatto particolarmente complicato nel corso della settimana. I dati preliminari dell’Office for National Statistics pubblicati venerdì 13 marzo mostrano che il PIL del Regno Unito non è cresciuto affatto in gennaio, a fronte di un’attesa degli economisti di un aumento dello 0,2%. Il settore dei servizi si è fermato, la produzione industriale ha registrato una lieve contrazione e solo il comparto delle costruzioni ha offerto un contributo positivo. Si tratta di dati ancora privi dell’impatto della guerra in Iran, il che rende la lettura ancora più preoccupante. I mercati prezzano ora appena l’1,83% di probabilità di un taglio dei tassi da parte della Bank of England nella riunione del 19 marzo, mentre solo qualche settimana fa la probabilità di una riduzione era stimata all’86%. L’Office for Budget Responsibility ha avvertito che la pressione sui prezzi dell’energia potrebbe spingere l’inflazione britannica oltre il 3%.
Stati Uniti
Dagli Stati Uniti arriva un’altra brutta notizia per l’amministrazione Trump. Il giudice federale James Boasberg ha posto fine all’indagine penale avviata dal Dipartimento di Giustizia nei confronti della Federal Reserve, definendola parte di una campagna impropria dell’amministrazione Trump volta a fare pressione sulla banca centrale affinché abbassasse i tassi di interesse in modo più aggressivo. Boasberg ha annullato le citazioni a comparire emesse nei confronti della Fed nei mesi scorsi, osservando che il governo non ha offerto alcuna prova che Powell abbia commesso reati diversi dall’aver deluso il presidente.
Nella motivazione, il giudice ha scritto che vi sono abbondanti prove del fatto che le citazioni avevano come scopo dominante quello di molestare e fare pressione su Powell, affinché cedesse o si dimettesse per lasciare spazio a un governatore più compiacente. La vicenda si inserisce in un più ampio braccio di ferro sull’indipendenza della banca centrale, con il mandato di Powell in scadenza a maggio.
Sul versante dei mercati finanziari, la stagione delle trimestrali per il quarto trimestre 2025 si è chiusa con risultati largamente superiori alle attese. Con il 98% delle società dell’S&P 500 che ha già comunicato i propri conti, i ricavi e gli utili sono cresciuti rispettivamente del 9,2% e del 13,6%, ben al di sopra delle previsioni iniziali che stimavano una crescita degli utili attorno al 7,9%.
Tuttavia, l’entusiasmo generato da questi numeri si scontra ora con lo shock energetico in corso: per il primo trimestre 2026, gli analisti stimano una crescita degli utili dell’S&P 500 dell’11,6%, ma le stime sono già state riviste al ribasso rispetto al 12,7% previsto a inizio anno, con il settore sanitario, quello energetico e quello dei beni discrezionali che hanno registrato le revisioni negative più marcate.
Resto del mondo
La settimana ha segnato anche la conclusione del Congresso Nazionale del Popolo cinese, che ha approvato il quindicesimo Piano Quinquennale per il periodo 2026-2030. I quasi tremila delegati hanno formalizzato un obiettivo di crescita del PIL compreso tra il 4,5 e il 5%, il più basso fissato dalla Cina in quasi trent’anni, pandemia esclusa.
L’agenda del premier Li Qiang ha messo al centro l’autosufficienza tecnologica, con risorse ingenti destinate a semiconduttori, intelligenza artificiale e nuovi materiali avanzati. Il piano prevede che le industrie emergenti legate all’AI, ai circuiti integrati, all’economia del basso altitudine e alla robotica intelligente raggiungano complessivamente un valore superiore ai diecimila miliardi di yuan entro il 2030.
Xi Jinping, intervenuto ai lavori, ha ribadito l’importanza della lealtà politica nelle forze armate e dell’autonomia strategica come cardine dello sviluppo nazionale nei prossimi anni.
Sul fronte energetico, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a produrre effetti sempre più gravi sui mercati globali. Il conflitto ha causato quella che gli analisti definiscono già la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale: la produzione combinata di Kuwait, Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è calata di almeno dieci milioni di barili al giorno entro il 12 marzo. Il Brent, che il 27 febbraio si trovava attorno ai 73 dollari al barile, ha toccato i 120 dollari il 9 marzo per poi assestarsi intorno ai 100 dollari il 13 marzo, dopo che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha autorizzato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche mondiali.
Le conseguenze si fanno sentire in tutta la catena dell’approvvigionamento globale. In Europa, il gasolio ha superato i 2 euro al litro in Germania, Francia, Italia, Finlandia e Paesi Bassi. Il Qatar ha dichiarato forza maggiore sulle sue esportazioni di gas naturale liquefatto — che rappresentano circa il 20% dell’offerta mondiale di GNL — dopo che gli attacchi con droni iraniani hanno colpito le infrastrutture di produzione.
Se il conflitto non si avviasse verso una risoluzione nelle prossime settimane, il Brent potrebbe raggiungere i 120 dollari al barile, avvicinando il mondo a uno scenario paragonabile allo shock petrolifero del 1973, secondo l’economista Philippe Aghion, premio Nobel per l’Economia.







