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Banche centrali, c’è un problema di indipendenza anche per l’Europa?

L’indipendenza delle banche centrali rimane al centro del dibattito e gli analisti suggeriscono di considerare anche la struttura del debito pubblico, con scadenze sempre più a breve, come una variabile ulteriore che genera pressione sugli isituti centrali.

Il tema dell’indipendenza delle banche centrali è tornato prepotentemente al centro del dibattito economico. Negli Stati Uniti, l’escalation tra l’amministrazione Trump e il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha raggiunto livelli senza precedenti: dalle ripetute richieste pubbliche di abbassare i tassi di interesse fino alla recente minaccia del Dipartimento di Giustizia di avviare procedimenti penali contro la Fed. Uno scenario che, solo pochi anni fa, sarebbe sembrato impensabile.

Ma sarebbe un errore pensare che questo rischio riguardi esclusivamente gli Stati Uniti. Anche in Europa, l’indipendenza della BCE e della Bank of England potrebbe trovarsi sotto pressione nei prossimi anni. E attenzione: non stiamo parlando delle critiche che periodicamente i politici – italiani e non – rivolgono a Francoforte per la presunta lentezza nel tagliare i tassi. Quelle sono polemiche fisiologiche, che accompagnano da sempre il rapporto tra governi e autorità monetarie.

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Il rischio di cui vogliamo parlare oggi è più sottile e strutturale. A metterlo in evidenza è una nota degli strategist di Citigroup, Jamie Searle e Aman Bansal, riportata dall’agenzia Bloomberg.

Cosa sta succedendo? I governi europei stanno progressivamente spostando le proprie emissioni di debito verso scadenze più brevi. Il motivo è semplice: i fondi pensione, tradizionali acquirenti di titoli a lunga scadenza, stanno riducendo la domanda. Nei Paesi Bassi, una riforma pensionistica di ampia portata accelererà ulteriormente questa tendenza. Austria e Olanda hanno già annunciato l’intenzione di ridurre la durata media del proprio debito, mentre il Regno Unito si è mosso nella stessa direzione. Persino negli Stati Uniti, un quinto del debito pubblico è ormai costituito da Treasury bills a brevissimo termine.

Il risultato? La scadenza media del debito pubblico globale è ai minimi dal 2014. E qui entra in gioco un concetto che abbiamo già affrontato su queste pagine: la fiscal dominance. Quando un governo deve rinnovare il proprio debito con maggiore frequenza, diventa inevitabilmente più sensibile al livello dei tassi di interesse. Ogni rialzo del costo del denaro si traduce rapidamente in maggiori oneri per il bilancio pubblico.

In questo contesto, la tentazione per i governi – soprattutto quelli di orientamento populista – di fare pressione sulle banche centrali affinché mantengano i tassi bassi diventa molto più forte. È il meccanismo classico della fiscal dominance: non è più la politica monetaria a guidare le scelte economiche, ma sono le esigenze di bilancio a dettare l’agenda alle autorità monetarie.

Come scrivono gli analisti di Citi: “Sebbene l’indipendenza della BCE e della Bank of England non sia attualmente in discussione, questo non può essere dato per scontato nel lungo periodo.”

Se la fiscal dominance dovesse affermarsi, le conseguenze sarebbero significative: curve dei rendimenti più ripide e, soprattutto, inflazione più elevata. Esattamente l’opposto di ciò che le banche centrali hanno faticosamente cercato di ottenere negli ultimi anni.

L’indipendenza delle banche centrali non è un principio astratto: è una conquista che ha garantito decenni di stabilità monetaria. Ma come ci ricorda questa analisi, non è scontata. Non sono le critiche occasionali dei politici a metterla in pericolo, quanto piuttosto dinamiche strutturali – come la composizione del debito pubblico – che potrebbero creare incentivi perversi nel lungo periodo. Un tema da monitorare con attenzione.

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