I dati sull’inflazione statunitense di novembre 2025 hanno sorpreso positivamente i mercati: l’indice dei prezzi al consumo si è attestato al 2,7% su base annua, mentre l’inflazione core ha toccato il 2,6%, segnando il livello più basso da marzo 2021. Numeri decisamente inferiori alle attese degli analisti, che avevano previsto rispettivamente un 3,1% e un 3%.
La reazione immediata dei mercati è stata entusiasta, con le azioni in rialzo e i rendimenti obbligazionari in calo. Ma dietro l’apparente buona notizia si nasconde un problema ben più serio: questi dati potrebbero semplicemente non essere affidabili.
Gli economisti sono stati chiari fin da subito nel manifestare il loro scetticismo. La raccolta dati è stata fortemente compromessa dallo shutdown governativo di ottobre e inizio novembre, che ha impedito al Bureau of Labor Statistics di completare le sue rilevazioni mensili standard. I dati di ottobre non sono stati raccolti affatto, lasciando un buco metodologico che ha costretto l’agenzia a ricorrere a stime e assunzioni che normalmente non vengono utilizzate.
Il punto centrale della controversia riguarda il calcolo dei costi abitativi, che rappresentano circa un terzo dell’intero indice dei prezzi al consumo. Secondo Michael Gapen, chief US economist di Morgan Stanley, il BLS avrebbe effettivamente azzerato l’inflazione di ottobre in diverse categorie, creando una distorsione al ribasso nei dati finali. Altri economisti, tra cui Alan Detmeister di UBS e Krishna Guha di Evercore, hanno confermato che per l’owners’ equivalent rent, una componente fondamentale del calcolo dei costi abitativi, sembra essere stato applicato proprio questo metodo di “carry forward” che assume prezzi invariati.
Ma c’è di più. Anche il timing della raccolta dati per novembre è stato anomalo. Invece di distribuirsi uniformemente lungo tutto il mese, le rilevazioni sono state concentrate nella seconda metà, catturando quindi in misura sproporzionata gli sconti del Black Friday e le promozioni pre-natalizie. Come ha sottolineato Stephanie Roth di Wolfe Research, non si può prendere questo report al valore nominale quando l’impatto dello shutdown è stato così significativo.
E qui arriviamo al punto cruciale per i mercati e per la Federal Reserve. Questo non è un caso isolato di dati economici poco affidabili. Come abbiamo raccontato su Ekonomia pochi giorni fa, lo stesso Jerome Powell aveva lanciato un allarme simile riguardo ai dati sull’occupazione. Il governatore della Fed aveva dichiarato che le statistiche ufficiali potrebbero sovrastimare la creazione di posti di lavoro fino a 60.000 unità al mese a causa di problemi con il birth-death model. Se i dati ufficiali mostrano una creazione media di 40.000 posti al mese da aprile, sottraendo questa sovrastima si otterrebbe addirittura una perdita netta di 20.000 posti al mese. Powell stesso aveva ammesso che l’economia potrebbe star effettivamente perdendo occupazione da sei mesi senza che nessuno se ne sia accorto.
La situazione è particolarmente delicata per la Federal Reserve, che si trova a dover prendere decisioni cruciali di politica monetaria basandosi su dati che il suo stesso presidente definisce inaffidabili. I policymaker hanno ripetutamente sottolineato che guarderanno ai numeri di dicembre con “occhio scettico” e che sarà necessario attendere i dati di gennaio per avere un quadro più chiaro.
Nel frattempo, la banca centrale statunitense naviga a vista in un momento in cui l’economia potrebbe essere più fragile di quanto i numeri ufficiali lascino intendere, con pressioni inflazionistiche ancora presenti ma difficili da quantificare con precisione. Una situazione che rende ogni mossa della Fed ancora più rischiosa e ogni dato economico ancora più scrutato, ma paradossalmente meno affidabile.







