Sfondo scuro Sfondo chiaro

Il mercato del lavoro USA tra numeri ambigui e segnali di fragilità: cosa ci attende nel 2026

Tra i numeri ufficiali di novembre scorso e le proiezioni per il 2026, il mercato del lavoro USA rimane un osservato speciale.

Il mercato del lavoro statunitense si trova al centro dell’attenzione degli investitori in questo finale di 2025, non solo per la sua rilevanza economica intrinseca, ma anche per il suo ruolo di termometro della salute complessiva dell’economia americana. La situazione è diventata ancora più complessa dopo il lungo shutdown federale che ha sottratto informazioni preziose ai decisori politici e agli operatori di mercato, lasciando tutti a navigare in un’atmosfera di incertezza senza precedenti. Proprio quando servirebbero dati chiari per orientarsi, ci troviamo a dover interpretare numeri frammentari e spesso contraddittori. Proviamo quindi a fare il punto con le informazioni più recenti che abbiamo a disposizione.

I dati ufficiali pubblicati martedì scorso dal Bureau of Labor Statistics, dopo settimane di attesa dovute al blocco governativo, hanno rivelato un quadro contrastante. A novembre l’economia americana ha creato 64.000 posti di lavoro, un dato superiore alle aspettative degli analisti che prevedevano circa 50.000 nuove posizioni. Una notizia che potrebbe sembrare positiva, se non fosse accompagnata da un dettaglio tutt’altro che rassicurante: il tasso di disoccupazione è salito al 4,6%, toccando il livello più alto degli ultimi quattro anni. Ma c’è di più. Il report ha anche svelato che a ottobre l’economia aveva perso ben 105.000 posti di lavoro, con il settore pubblico federale che ha contribuito pesantemente a questo calo con 162.000 posizioni eliminate, conseguenza diretta delle politiche di riduzione della forza lavoro governativa volute dall’amministrazione Trump.

Pubblicità

Questo intreccio di dati positivi e negativi dipinge il ritratto di un mercato del lavoro che gli economisti hanno definito “low-hire, low-fire”: poche assunzioni e pochi licenziamenti, ma una crescita occupazionale decisamente insufficiente. I 7,8 milioni di disoccupati rappresentano il numero più alto dal 2021, mentre il tasso di disoccupazione di lungo periodo, che misura chi è senza lavoro da almeno 27 settimane, si attesta al 24,3%. Un dato preoccupante emerge anche dall’occupazione part-time involontaria, cresciuta di oltre 900.000 unità tra settembre e novembre, segno che sempre più persone accettano lavori ridotti non per scelta ma per necessità economica.

È proprio questa ambiguità dei numeri a rendere difficile decifrare quale direzione prenderà il mercato del lavoro nei prossimi mesi. E qui entra in gioco il prezioso contributo del report pubblicato da Indeed a fine novembre, che offre una prospettiva sul 2026 basata su dati in tempo reale raccolti dalla più grande piattaforma di ricerca lavoro al mondo. Le previsioni di Indeed disegnano tre scenari possibili per l’anno che verrà, tutti accomunati da una sostanziale stabilità: il tasso di disoccupazione dovrebbe oscillare tra il 4,1% e il 4,8%, mentre le offerte di lavoro si manterrebbero tra 6,8 e 7,4 milioni. Lo scenario consenso, quello ritenuto più probabile, non prevede grandi sconvolgimenti né in positivo né in negativo.

Ma è nelle pieghe del rapporto che emergono le fragilità strutturali che potrebbero determinare quale degli scenari si realizzerà. Indeed evidenzia come la domanda di lavoro si sia raffreddata in quasi tutti i settori nel corso del 2025, con 13 comparti che hanno registrato cali superiori al 10% rispetto all’anno precedente. L’eccezione più rilevante resta il settore sanitario, che da solo ha rappresentato quasi la metà della crescita occupazionale del paese pur costituendo solo l’11,4% dell’occupazione totale. Tuttavia, anche questo pilastro mostra segni di cedimento, con offerte di lavoro in calo anno su anno. Se la sanità dovesse vacillare senza che altri settori prendano il testimone, il rischio di scivolamento verso lo scenario più negativo diventerebbe concreto.

Un altro fattore critico riguarda la politica migratoria. Le restrizioni all’immigrazione introdotte nel 2025 hanno già iniziato a impattare settori come costruzioni, ospitalità, ingegneria e medicina, tutti fortemente dipendenti dalla manodopera straniera. La quota di annunci che offrono sponsorizzazione per visti è triplicata rispetto al periodo pre-pandemico, segno che i datori di lavoro riconoscono la necessità di attrarre talenti dall’estero. Paradossalmente, però, l’interesse dei lavoratori stranieri verso posizioni negli Stati Uniti è crollato ai minimi degli ultimi cinque anni, probabilmente per l’incertezza normativa e il clima politico. Questa divergenza tra domanda delle imprese e offerta di lavoratori qualificati rischia di lasciare migliaia di posizioni scoperte, frenando la crescita.

Indeed sottolinea anche un crescente disallineamento tra le competenze disponibili e quelle richieste dal mercato. Mentre alcuni settori blue-collar come ristorazione e servizi vedono un’impennata di candidature per ogni posizione aperta, in campi professionali come finanza e data analytics il numero di candidati per annuncio è crollato, ma paradossalmente i tempi medi di disoccupazione si sono allungati drammaticamente. Nel settore finanziario, ad esempio, chi perde il lavoro impiega oggi circa 20 settimane in più rispetto al 2023 per trovare una nuova occupazione. Questo suggerisce che anche dove ci sono candidati, le aziende sono diventate estremamente selettive, creando un match sempre più difficile tra domanda e offerta.

A questo punto vale la pena allargare lo sguardo e chiedersi: siamo già in recessione senza saperlo? Per rispondere, possiamo rivolgerci a uno degli indicatori più affidabili degli ultimi settant’anni, la cosiddetta regola di Sahm. Sviluppata dall’economista Claudia Sahm quando lavorava alla Federal Reserve, questa formula identifica l’inizio di una recessione in modo semplice ma efficace: quando la media mobile a tre mesi del tasso di disoccupazione supera di 0,5 punti percentuali il minimo registrato nei dodici mesi precedenti, l’economia è già entrata in fase recessiva. La regola ha avuto un’accuratezza quasi perfetta dal 1950 a oggi, segnalando tutte le undici recessioni verificatesi in questo periodo con un anticipo medio di circa tre mesi rispetto alle dichiarazioni ufficiali.

Con i dati di novembre appena pubblicati, possiamo calcolare dove ci troviamo. La media trimestrale del tasso di disoccupazione tra agosto, settembre e novembre si attesta intorno al 4,4%, mentre il minimo degli ultimi dodici mesi è stato registrato tra il 3,7% e il 4,1% a seconda dei mesi considerati. Questo significa che attualmente la differenza si aggira intorno allo 0,3-0,4%, ancora sotto la soglia critica dello 0,50% che farebbe scattare l’allarme. La regola di Sahm, dunque, non è ancora attiva. Tuttavia, ci troviamo pericolosamente vicini alla linea rossa. Basta un ulteriore deterioramento del mercato del lavoro nei prossimi mesi per superare quella soglia psicologica che storicamente ha sempre coinciso con l’ingresso in recessione.

Vale la pena notare che la stessa Claudia Sahm ha più volte espresso cautela sull’applicazione meccanica della sua regola nel contesto post-pandemico, caratterizzato da distorsioni senza precedenti. Le massicce revisioni al ribasso dei dati occupazionali, che hanno cancellato oltre 1,4 milioni di posti di lavoro dai conteggi iniziali tra il 2023 e il 2025, suggeriscono che il mercato del lavoro potrebbe essere stato più debole di quanto apparisse. Se quei posti di lavoro fantasma fossero stati contabilizzati correttamente, è possibile che la regola di Sahm si sarebbe già attivata mesi fa. Questo solleva una domanda inquietante: stiamo evitando la recessione o semplicemente misurando male l’economia?

Guardando all’insieme di questi elementi, emerge un quadro complesso. I dati ufficiali mostrano un’economia che continua a crescere, anche se a ritmo modesto, con un PIL che nel 2025 si è mantenuto intorno all’1,9% annuo grazie alla tenuta dei consumi. Ma sotto la superficie si accumulano segnali di fragilità: un mercato del lavoro congelato, con giovani e nuovi entranti che faticano a trovare opportunità, un disallineamento crescente tra competenze e posizioni disponibili, restrizioni migratorie che sottraggono manodopera essenziale, e tagli al settore pubblico che si ripercuotono su vari comparti dell’economia. A ciò si aggiunge il fatto che la crescita dei consumi dipende sempre più dalle fasce ad alto reddito, mentre i lavoratori a medio e basso reddito vedono il loro potere d’acquisto eroso da un’inflazione che ha ripreso a correre più veloce dei salari.

Il 2026, secondo le previsioni di Indeed, sarà probabilmente un anno di continuità piuttosto che di svolta, senza grandi sconvolgimenti, ma nemmeno miglioramenti significativi. Il rischio maggiore è che questo equilibrio precario possa spezzarsi se anche uno solo dei pilastri su cui poggia dovesse cedere.

La Federal Reserve, che negli ultimi mesi ha già tagliato i tassi tre volte per sostenere l’occupazione, si trova in una posizione delicata: tagliare ulteriormente potrebbe alimentare l’inflazione, ma non intervenire potrebbe permettere al mercato del lavoro di deteriorarsi oltre il punto di non ritorno. Gli analisti scommettono su due ulteriori tagli dei tassi nel 2026, ma molto dipenderà dall’evoluzione dei dati nei prossimi trimestri. Una cosa è certa: investitori, imprese e lavoratori dovranno prepararsi a navigare ancora a lungo in acque agitate, dove la visibilità resta scarsa e la direzione tutt’altro che scontata.

Foto di wal_172619

Resta aggiornato

Gli ultimi articoli di Ekonomia.it direttamente nella tua casella mail. Iscriviti qui sotto.
I dati trasmessi attraverso questo modulo sono trattati secondo la nostra privacy policy, in linea con la normativa vigente. Per nessun motivo verranno ceduti a terze parti o utilizzati per l'invio di messaggi di natura commerciale.
Post precedente

Gran Bretagna, inflazione rallenta a novembre 2025, via libera per la BoE

Post successivo

Stati Uniti, inflazione core sui minimi da marzo 2021. Eurozona, BCE rivede al rialzo stime di crescita

Pubblicità