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L’Europa e l’intelligenza artificiale: perché rischiamo di perdere il treno?

L’Europa rischia di perdere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Draghi avverte: senza una svolta tecnologica, in 25 anni l’economia europea avrà le stesse dimensioni di oggi, rendendo insostenibile il modello sociale. Il problema non è la mancanza di fondi – la spesa in ricerca è paragonabile agli USA – ma come vengono usati. Uno studio del CEPR dimostra che i 75 miliardi del “Pillar II” finanziano burocrazia e aziende tradizionali invece di innovazione dirompente.

L’intelligenza artificiale sta ridisegnando gli equilibri economici globali a una velocità che non ha precedenti nella storia. Mentre gli Stati Uniti e la Cina corrono, l’Europa rischia di rimanere indietro. Non è un’ipotesi catastrofista, ma la fotografia di una realtà che emerge con chiarezza da due documenti recenti: il discorso di Mario Draghi al Politecnico di Milano e uno studio del CEPR sulle politiche europee dell’innovazione. Insieme, questi due contributi ci dicono qualcosa di importante: il problema non è la mancanza di risorse o di talento, ma come l’Europa sceglie di investire e regolamentare l’innovazione.

Il punto di partenza è semplice quanto brutale. Le economie avanzate come quelle europee non possono più contare sulla crescita demografica o sull’accumulo di capitale fisico per sostenere lo sviluppo. Con popolazioni che invecchiano e infrastrutture che risalgono a decenni fa, come aveva intuito Robert Solow negli anni Cinquanta, la crescita dipende quasi esclusivamente dalla produttività. E la produttività, oggi più che mai, significa tecnologia.

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Ma c’è un aspetto che rende questa rivoluzione tecnologica diversa da tutte le precedenti: la velocità. La rivoluzione industriale si è dispiegata nell’arco di ottanta anni, l’elettrificazione ha impiegato circa trent’anni per diffondersi. ChatGPT è stato lanciato nel novembre 2022 e nel giro di pochi anni gli investimenti globali nelle infrastrutture di intelligenza artificiale raggiungeranno migliaia di miliardi di dollari. Questa accelerazione significa che il divario tra chi abbraccia l’innovazione e chi esita si allargherà in modo drammatico e rapidissimo.

Le stime sulla crescita potenziale dell’IA parlano chiaro. Se la sua diffusione ricalcasse il boom digitale americano degli anni Novanta, la crescita della produttività potrebbe aumentare di circa 0,8 punti percentuali all’anno. Se seguisse il percorso dell’elettrificazione negli anni Venti, potremmo avvicinarci a 1,3 punti. Anche la stima più bassa rappresenterebbe l’accelerazione più significativa che l’Europa abbia visto da decenni. E invece? Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli fondamentali di IA, la Cina 15, l’Unione europea appena tre.

Cosa significa concretamente perdere questo treno? Draghi non usa mezzi termini: se l’Europa mantenesse semplicemente il tasso medio di crescita della produttività dell’ultimo decennio, tra 25 anni l’economia avrebbe di fatto le stesse dimensioni di oggi. Con il profilo demografico che abbiamo, questo non è solo stagnazione economica, ma l’impossibilità di sostenere il nostro modello sociale, di finanziare pensioni, sanità, transizione verde e difesa. Il debito pubblico diventerebbe progressivamente insostenibile, costringendo i governi a scelte dolorose tra priorità fondamentali.

Ma perché l’Europa fatica così tanto a innovare? Uno studio pubblicato dal CEPR (Centre for Economic Policy Research) fornisce una risposta inquietante: la politica europea dell’innovazione è strutturalmente incapace di promuovere l’innovazione dirompente. Il problema non è la quantità di risorse – la spesa pubblica europea in ricerca e sviluppo, in percentuale del PIL, è paragonabile a quella degli Stati Uniti.

Il problema è come queste risorse vengono allocate. Il budget europeo per ricerca e innovazione nel periodo 2028-2034 prevede circa 175 miliardi di euro, quasi il doppio del programma precedente. Sembra impressionante, ma rappresenta meno di un quinto dell’1% del PIL europeo annuale. Ancora più preoccupante è la struttura di questo budget: la componente più grande, il cosiddetto “Pillar II” che assorbe oltre 75 miliardi di euro, premia l’incrementalismo piuttosto che le idee dirompenti.

Lo studio del CEPR evidenzia come questo pilastro richieda la formazione di consorzi con 20 o più partecipanti da diversi stati membri, ciascuno con requisiti burocratici differenti. Il peso amministrativo consuma una quota significativa di tempo e risorse, ma il problema più grave è un altro: i bandi sono altamente prescrittivi, definiscono tecnologie specifiche, target di performance e metodi di produzione, lasciando spazio limitato per sperimentazione o approcci alternativi. Il risultato? Si finanziano principalmente progressi incrementali che si allineano con le capacità delle aziende esistenti, i cui interessi spesso plasmano le specifiche dei bandi attraverso i comitati degli stati membri.

I numeri parlano chiaro. Con 25 miliardi di euro spesi, il Pillar II ha prodotto appena 3.026 pubblicazioni scientifiche peer-reviewed: circa 8 milioni di euro per pubblicazione. I grant dell’European Research Council, che supportano la ricerca di frontiera, costano in media meno di 2,5 milioni e producono regolarmente molteplici pubblicazioni ad alto impatto. Ancora più preoccupante: le aziende che ricevono questi finanziamenti mostrano un iniziale aumento dei ricavi, seguito da un declino successivo. E le imprese del settore mid-tech – industrie tradizionali basate su tecnologie mature – rappresentano oltre la metà di tutti i brevetti depositati dai beneficiari, suggerendo che quasi metà del budget va a società che difficilmente produrranno tecnologie dirompenti.

Draghi identifica il cuore del problema nella cultura della precauzione europea, radicata nel principio di precauzione: quando i rischi di una nuova tecnologia sono incerti, si rallenta o se ne limita l’adozione. Prendiamo il GDPR, varato nel 2016: ha attribuito un peso molto elevato alla privacy rispetto all’innovazione, riducendo i profitti delle piccole imprese tecnologiche europee del 12%, aumentando il costo dei dati del 20% rispetto ai concorrenti americani e tagliando gli investimenti di venture capital di circa un quarto. Il problema non è volere proteggere la privacy, ma che l’equilibrio individuato nel 2016 continua a vincolarci nel 2025, anche se la frontiera tecnologica è avanzata molto più rapidamente del quadro regolatorio.

E così, oggi quasi due terzi delle startup europee si espandono negli Stati Uniti già nella fase iniziale, rispetto a circa un terzo di cinque anni fa. Gli europei che comprendono l’eccezionale velocità dei cicli di innovazione vanno all’estero per costruire e crescere.

La buona notizia è che la diagnosi è condivisa. La Commissione europea ha iniziato a rivedere alcune normative, proponendo definizioni più flessibili per l’addestramento dei modelli di IA e rinviando alcune disposizioni più severe. Ma questo, avverte Draghi, è solo l’inizio. Anche eliminando tutte le norme che hanno frenato l’innovazione, non basterà a chiudere il divario.

Serve un cambio di paradigma. Lo studio del CEPR è netto: la politica dell’innovazione europea dovrebbe finanziare idee, non solo aziende esistenti. Le risorse vanno riallocate verso programmi meno prescrittivi e meno burocratici, che incoraggino l’innovazione dirompente attraverso iniziative bottom-up, specialmente da parte di piccole imprese indipendenti.
Draghi propone interventi concreti: raddoppiare il budget per la ricerca fondamentale attraverso l’European Research Council, dotare le università di maggiore autonomia nella raccolta e nell’uso dei fondi, creare un sistema di “Cattedre Europee” per attrarre i migliori ricercatori, e introdurre una versione europea del Bayh-Dole Act americano che permetta alle università di possedere e licenziare invenzioni derivanti da ricerca pubblica.

La posta in gioco è chiara. L’intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnologico: è il fattore che determinerà quali economie prospereranno e quali stagneranno nei prossimi decenni. L’Europa ha tutto il potenziale per competere – ha eccellenti università, un sistema di ricerca solido, un tessuto imprenditoriale più dinamico di quanto gli stereotipi suggeriscano. Ma deve decidere rapidamente se vuole guidare questa rivoluzione o subirla, se vuole essere protagonista dell’innovazione o semplice consumatore di tecnologie sviluppate altrove.

Come conclude Draghi rivolgendosi ai giovani del Politecnico: “La tecnologia è globale, e il talento va dove ha le migliori opportunità. Ma non rinunciate a costruire qui: pretendete di avere le stesse condizioni che permettono ai vostri coetanei di avere successo in altre parti del mondo”. Perché se l’Europa non cambia rotta ora, tra venticinque anni non avrà semplicemente perso una rivoluzione tecnologica. Avrà compromesso la propria capacità di garantire prosperità e benessere alle prossime generazioni.

Foto di Brian Penny

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