Prima di tutto partiamo da un fatto: l’Unione Europea, pur essendo uno dei più grandi mercati integrati al mondo, continua a imporsi da sola una serie di barriere interne che agiscono come veri e propri “dazi” dietro le quinte. Non parliamo di tariffe formali, ovviamente abolite da decenni, ma di ostacoli regolatori, frammentazioni normative, differenze tecniche, barriere ai servizi, ostacoli agli investimenti e perfino elementi culturali che rendono ancora complesso vendere un prodotto o offrire un servizio da un Paese membro all’altro.
Nel suo rapporto, Mario Draghi ha insistito con forza su questo punto: l’Europa ha un grande potenziale inutilizzato proprio perché il suo mercato unico non è davvero unico, e questa incompletezza genera costi economici enormi. È un’autolimitazione che pesa sulla competitività del continente.
A partire da questa constatazione, negli ultimi mesi si è diffuso un dibattito acceso: quanto sono davvero pesanti queste barriere interne? Quanto “ci tassa” l’Europa su stessa? La tentazione di sintetizzare tutto in un numero è forte, soprattutto quando serve a dare forza a una narrazione politica. Ma proprio perché quel numero diventa un simbolo, occorre trattarlo con prudenza.
È qui che entra in scena uno studio molto citato, pubblicato dall’FMI, che ha cercato di quantificare questo “autodazio”. Utilizzando modelli econometrici sui flussi commerciali intra-UE, i ricercatori hanno stimato che le barriere interne equivalgano a un dazio del 45%. In altre parole, come se un prodotto che attraversa un confine interno europeo subisse un sovrapprezzo potenziale del 45% rispetto a quello venduto all’interno dello stesso Paese.
Lo studio ha avuto una forte eco perché restituisce un’immagine immediata e intuitiva: un’Europa che, mentre compete nel mondo, si ostacola da sola come se applicasse una tariffa proibitiva tra Stati membri. Il messaggio politico è evidente: se vogliamo davvero essere competitivi con Stati Uniti e Cina, non possiamo permetterci un “autodazio” del genere.
Tuttavia — ed è qui che arriva l’intervento importante di Keith Head e Thierry Mayer su CEPR — questa interpretazione rischia di essere fuorviante. Nel loro articolo, i due economisti spiegano perché quel 45% vada preso con molte cautele.
Anzitutto, chiariscono un punto cruciale: non esiste un dazio del 45% applicato dall’UE a sé stessa. Quel valore deriva da un esercizio statistico che traduce in un’unica cifra ogni forma di frizione commerciale: regolamenti diversi, preferenze dei consumatori, distanze, lingue, abitudini, barriere non tariffarie, tempi logistici, normative tecniche e così via.
È un tentativo utile per misurare il fenomeno, certo, ma non rappresenta una tassa reale né un insieme di barriere politicamente rimovibili con un colpo di spugna.
Head e Mayer mostrano poi che la stima del 45% è estremamente sensibile ai dati e ai modelli utilizzati: cambiando dataset, specificazioni econometriche o ipotesi di elasticità, quel numero può scendere fino a valori ben più bassi. Non è dunque un dato fisso, ma una delle possibili letture.
Inoltre, una porzione rilevante delle frizioni interne non dipende affatto da decisioni politiche: consumatori tedeschi che non amano i prodotti italiani quanto gli italiani stessi, professioni regolate in modo diverso da Paese a Paese, differenze linguistiche che ostacolano l’erogazione di servizi, sistemi giuridici non perfettamente compatibili. Non tutto ciò che appare come una “barriera” può essere eliminato con una direttiva europea.
Infine, Head e Mayer invitano a non credere che la rimozione di queste frizioni — pur desiderabile — sia la chiave unica della competitività europea. La vera sfida, secondo loro, riguarda la capacità di innovare, investire, crescere tecnologicamente. In altre parole, l’Europa non deve soltanto “togliersi il freno a mano”, ma anche accelerare il motore.
Foto di Bruno







