Il resoconto della BCE, pubblicato oggi e relativo alla riunione del 9-10 settembre, e i verbali della Fed del 15-16 settembre arrivati ieri sera, ci consentono di fare un parallelo tra i due istituti centrali sui temi più spinosi del momento: inflazione, crescita e mercato del lavoro. Le divergenze non sono poche.
La prima differenza riguarda la natura dell’inflazione. A Francoforte prevale la lettura di uno shock energetico importato: l’inflazione complessiva sale, ma quella di fondo e quella sui servizi continuano a rallentare. Sul fronte dei salari non emergono effetti di secondo impatto e gli incrementi si mantengono moderati.
Negli Stati Uniti il fenomeno inflattivo è visto come qualcosa di più ampio, causato da più fattori: dazi, energia e AI. Ecco un elemento particolarmente interessante, per la Fed, infatti, l’intelligenza artificiale è un fattore di inflazione, perché potrebbe far crescere la domanda più rapidamente dell’offerta. Sulla posizione della banca rispetto all’inflazione, i partecipanti parlano di progressi insufficienti e alcuni temono che, dopo oltre cinque anni sopra il 2%, le aspettative possano disancorarsi.
Diversa anche la lettura sullo stato di salute delle due economie. Nell’area euro la crescita sorprende in positivo (0,9% nel 2026 e 1,4% nel 2027 nelle stime riviste), ma il mercato del lavoro si raffredda, con la disoccupazione al 6,4%. Oltreoceano l’attività è solida, gli investimenti sono trainati dall’intelligenza artificiale, la disoccupazione è al 4,1% e la maggioranza dei partecipanti vede un lieve rafforzamento dell’occupazione.
Sull’energia la BCE è più esplicita. Il resoconto cita gli incrementi sul prezzo di petrolio e gas, ricordando la situazione delle scorte (basse) in vista dell’inverno. A partire da questi elementi il board disegna quattro scenari in ordine di severità. C’è chi ritiene lo scenario avverso più probabile di quello di base e chi invece ricorda che lo shock sia “politico” e come tale potrebbe rientrare in fretta, tenendo anche conto del fatto che l’Europa, rispetto al 2022, ha diversificato le fonti di approvvigionamento di gas.
La Fed parla in termini più generali di tensioni geopolitiche che spingono greggio e carburanti, con effetti soprattutto sui redditi bassi e sull’agricoltura. Del resto, va ricordato, gli Stati Uniti esportano energia e subiscono lo shock meno dell’Europa.
Anche i rischi sono letti in modo diverso. Per la BCE restano al ribasso per la crescita e al rialzo per l’inflazione; per la Fed quelli sul lavoro sono ormai bilanciati, mentre quelli sui prezzi tendono verso l’alto. La Fed giudica inoltre le condizioni finanziarie favorevoli alla crescita, mentre a Francoforte si osserva che tassi più alti, euro forte e mutui deboli frenano già una parte della domanda.
Lo sguardo in avanti rafforza il contrasto. La maggior parte dei membri della Fed ritiene probabile un altro rialzo entro fine anno e diversi giudicano l’attuale politica poco restrittiva. La BCE, che colloca il 2,50% dentro la fascia stimata come neutrale, mantiene un approccio riunione per riunione, senza impegni su un percorso. I mercati scontano altri due o tre rialzi fino al 2027, gli analisti interpellati si fermano al 2,50%.
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