Il capo economista (ancora per qualche mese) della BCE, Philip Lane, ha tenuto questa mattina un interessante discorso all’ì’ECB Conference on Monetary Policy 2026. Tanti gli spunti, alcuni utili anche a capire l’atteggiamento prudente rispetto alle richieste di flessibilità che stanno giungendo da molti paesi del blocco. Andiamo a vederli più nel dettaglio.
Innanzitutto, Lane ha ribadito come l’accelerazione inflazionistica sia ancora un fenomeno confinato al comparto energia. Dentro quel 3,8% di crescita complessiva dei prezzi al consumo, l’energia corre al +18,8%, mentre la componente non energetica registra un ben più modesto +2,3%, contro il 2,4% del quarto trimestre 2025. Rimanendo nel confronto con la fine dell’anno scorso, l’inflazione core è passata dal 2,4% al 2,5%, quella dei servizi è scesa dal 3,4% al 3,2%, quella alimentare è calata dal 2,5% all’1,4%. Inoltre, secondo Lane, i meccanismi non lineari visti nel 2022, come l’aumento della frequenza con cui le imprese ritoccano i listini, per ora non si sono attivati.
Questo però non significa che gli interventi della BCE siano da considerarsi troppo prudenziali o addirittura esagerati. Da luglio scorso, infatti, i prezzi del petrolio, gas e i margini di raffinazione sono tornati a salire. I contratti future indicano per il 2027-2028 una discesa dei prezzi più lenta del previsto. Il rischio è doppio: più inflazione e meno crescita. E in questo scenario una politica monetaria attiva e vigile è necessaria.
L’azione della banca centrale può trovare un alleato nello shock dell’offerta e un problema nella politica fiscale. Uno shock energetico può innescare un meccanismo di distruzione della domanda: impoverisce famiglie e imprese di un’area importatrice netta, può aumentare il risparmio precauzionale e restringere il credito. Tutto questo raffredda l’economia e riduce la correzione complessiva richiesta ai tassi. Ma attenzione a come viene utilizzata la leva della politica fiscale. Misure espansive (leggasi flessibilità senza troppe restrizioni) attenuerebbero gli effetti “restrittivi” dello shock e richiederebbero una risposta monetaria più decisa.
Nel discorso di Lane c’è spazio anche per l’IA e i suoi effetti sui rendimenti. Da un lato l’adozione dell’intelligenza artificiale sostiene gli investimenti (circa +15% da fine 2022 per data center e digitalizzazione), i servizi digitali (+6,8% nel primo semestre) e le esportazioni (+6,7% nel biennio 2024-2025). Spiega, inoltre, poco meno di un punto percentuale della crescita annua del credito alle imprese, circa un quarto del totale. Ma – avverte Lane – l’Europa partecipa al boom in misura molto minore di Stati Uniti e Asia orientale, mentre ne subisce l’effetto sui rendimenti a lungo termine.
Infine, nel discorso riemerge la necessità di bilanciare stabilità dei prezzi con la crescita economica dell’area. Una crescita che regge, ma che rischia di indebolirsi. Nel secondo trimestre il PIL, depurato dalla volatilità delle multinazionali in Irlanda, è cresciuto dello 0,3%, contro lo 0,1% previsto a marzo. Su questi dati – e sul resto del 2026 – pesa il contributo positivo dei pacchetti di stimolo fiscale grazie ai piani tedeschi e agli ultimi fondi Next Generation EU, ma questa voce diventerà un freno di 0,4 e 0,2 punti nel 2027 e 2028.
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