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Fed, quattro voci tra pazienza e nuovi rialzi; e il term premium può essere un alleato

Fed, quattro voci tra pazienza e nuovi rialzi; e il term premium può essere un alleato

Williams, Jefferson e Bowman invitano ad attendere i dati prima di una nuova mossa, mentre Logan vede ancora spazio per almeno 50 punti base e osserva che l’aumento dei rendimenti sta già frenando l’economia.

Non sappiamo quanto sarà contento Kevin Warsh, ma la loquacità dei governatori Fed non sembra essersi placata da dopo il suo insediamento. Buon per noi che possiamo ancora avere spunti interessanti per capire gli orientamenti all’interno della banca centrale statunitense. Le ultime quattro dichiarazioni – di Williams, Jefferson, Logan e Bowman – mostrano un orientamento ancora restrittivo, ma con sfumature diverse sui tempi e un accenno, molto interessante, sull’aiuto che il term premium può dare per raffreddare l’inflazione.

Il segnale più netto sulla direzione è venuto da John Williams, presidente della Fed di New York e vicepresidente del FOMC. Martedì scorso ha confermato che un ulteriore aumento dei tassi “a fine anno” può essere appropriato, se l’economia evolverà in linea con le sue previsioni, ma che dopo la mossa di settembre “non c’è urgenza”. Williams stima l’inflazione al 3,5% nel 2026, poco sopra il 2% nel 2027, con il ritorno all’obiettivo nel 2028. Tra i fattori di spinta ha indicato i prezzi dell’energia e la domanda legata all’intelligenza artificiale. I dazi, invece, non alimentano più i prezzi dei beni.

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Ieri Philip Jefferson, vicepresidente della Fed, ha avvertito che l’inflazione è stata troppo alta per troppo tempo, ma ha anche detto che ogni decisione dovrà basarsi sull’andamento dei dati e che il giudizio dei colleghi “potrebbe richiedere più tempo”. Più cauta ancora Michelle Bowman, vicepresidente per la vigilanza, che non vede al momento “un’urgente necessità di ulteriori azioni” e ritiene opportuno comprendere meglio la tendenza di fondo dell’economia.

Il discorso più netto è stato quello di Lorie Logan, presidente della Fed di Dallas, che quest’anno ha diritto di voto nel Comitato. Secondo la sua stima, l’intervallo-obiettivo dei tassi dovrebbe salire di altri 50 punti base o più. Già alcuni aumenti basterebbero a cancellare i tagli per la gestione del rischio decisi lo scorso autunno, pari a 75 punti base, ma l’obiettivo finale è una politica “moderatamente restrittiva”.

Il passaggio di maggiore interesse riguarda però i rendimenti dei titoli di Stato, con quelli a 30 anni saliti di 64 punti base da giugno. Logan ha riferito che gli operatori attribuiscono il rialzo alle attese di crescita robusta e a un tasso neutrale più alto (ne parlavamo proprio ieri). I modelli mostrano però che sta aumentando anche il premio a termine (term premium), cioè il rendimento aggiuntivo richiesto per detenere titoli a lunga scadenza anziché a breve. Da qui la sua osservazione: premi più alti possono rallentare l’economia e ridurre la necessità di stringere la politica monetaria. In sostanza, una parte della politica restrittiva la sta facendo il mercato e questo – aggiungiamo noi – potrebbe rallentare il ritmo del ciclo di rialzo dei tassi.

Sul term premium si era espresso anche il governatore Williams, che attribuisce i rendimenti più alti alla solidità dell’economia, alla domanda di investimenti legati all’IA e ai prezzi del petrolio, precisando che non si tratta di un cambio di attese sull’inflazione di medio-lungo periodo.

Il mercato dal canto suo prende nota di tutto. Complici i dati positivi sull’inflazione PCE, le probabilità di un rialzo alla riunione del 27-28 ottobre, vicine al 70% a inizio settimana, sono scese al 28%. Se la cautela e i dati del mercato del lavoro in arrivo detteranno l’agenda, il primo appuntamento utile sarà quello di dicembre.

Foto di Federal Reserve

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