Ieri i mercati finanziari americani hanno confermato i contorni di questa fase a due volti. Il Nasdaq è salito dell’1,1% a 27.477 punti, segnando un nuovo record, mentre il rendimento del Treasury decennale è risalito al 5,31%; livello che non si vedeva dal 2002. Che sia o meno la nuova normalità, qualcuno comincia a domandarsi quanto questi rendimenti dipendano anche da una domanda di debito americano che sta perdendo appeal.
Tra chi nutre dubbi da tempo sui titoli di Stato statunitensi c’è Ray Dalio. Intervistato da Bloomberg Television a Singapore, il fondatore di Bridgewater Associates ha ricordato che gli Stati Uniti dipendono dal capitale estero per circa un terzo del proprio debito, in larga parte giapponese e cinese. Il giudizio sulla Cina è netto: «i cinesi non vogliono continuare ad accumulare», per ragioni geopolitiche oltre che economiche, e un rapporto tra debitore e creditore segnato da una cordiale diffidenza non è facilmente sostenibile. Il Giappone, ha aggiunto, ha prestato molto denaro e ora, complice uno yen troppo debole, vorrebbe alleggerirsi dei bond statunitensi.
I numeri riportati da diverse agenzie di stampa sembrano confortare la sua tesi. Tokyo, primo detentore estero, a luglio ha ridotto di 12,8 miliardi di dollari i Treasury in portafoglio, scendendo a 1.100 miliardi. La Cina è passata dal picco di 1.300 miliardi del 2013 a circa 618 miliardi (stima che però non tiene conto dei depositi fuori dai confini cinesi).
Dalio ha poi ribadito il timore di una crisi del debito americano entro tre anni. Ha detto che la Francia ha raggiunto il proprio limite di indebitamento e ha acceso un faro sui grandi gruppi tecnologici impegnati nell’intelligenza artificiale: prima si finanziavano con il capitale proprio, ora devono ricorrere al debito. In questo modo una tassa patrimoniale o la restituzione dei prestiti, ha avvertito, potrebbero far scoppiare la bolla.
Sul fronte degli scettici il fondatore di Bridgewater non è solo. Stanley Druckenmiller ha criticato sul Wall Street Journal, il 25 agosto, i riacquisti di titoli a lunga scadenza con cui il Tesoro prova a frenare i rendimenti, sostenendo che il rendimento a lungo termine sia l’ultimo vero argine alla disciplina fiscale a Washington. Per Semafor la sua tesi è che i governi che difendono i prezzi contro i fondamentali finiscono sempre per perdere. A fine settembre Michael Cloherty, di CIBC Capital Markets, notava che il lungo termine appare economico rispetto alla storia, ma che il grande compratore di valore non si è ancora fatto vedere.
Controcorrente la lettura di Jim Bianco, che come riportato da alcune agenzie si è detto rialzista sui Treasury per la prima volta da sei anni. Con il decennale intorno al 5,25% vede ormai valore, pur considerando i tassi alti una condizione strutturale. Nello stesso quadro Mark Dowding, di RBC BlueBay, ritiene che la vendita sul mercato obbligazionario globale sia stata eccessiva.
Il punto d’incontro tra le due letture è che i rendimenti alti sono qui per restare. Resta da capire a quale prezzo i compratori torneranno a farsi avanti: c’è chi ritiene che il 5% sia già un livello d’ingresso e chi, invece, pensa che la soglia del 6% non sia poi così lontana da raggiungere.
Foto di StockSnap





