Il 24 giugno 2026, in un convegno a Roma con il ministro Urso e i vertici di Leonardo, Fincantieri e Avio Aero, Confindustria ha presentato una stima che merita di essere letta con attenzione: se l’Italia raggiungerà il nuovo obiettivo NATO — portare la spesa per la difesa al 3,5% del PIL entro il 2035 — e lo farà investendo nel tessuto produttivo nazionale, il risultato sarà un incremento cumulato del PIL di tre punti percentuali, circa 51 miliardi di euro, con un effetto moltiplicativo stimato intorno a due. Se invece la stessa spesa fluisse verso fornitori esteri, il beneficio si ridurrebbe a meno di un punto.
Su Ekonomia.it abbiamo già analizzato il lavoro di Ben Conigrave e Young-Hyun Shin (OCSE), pubblicato su VoxEU il 19 aprile 2026, che argomenta come la spesa militare aggiunga modestamente all’attività economica nel breve periodo ma generi contestualmente pressioni fiscali, con effetti positivi duraturi condizionati al miglioramento delle pratiche di approvvigionamento e alla cooperazione tra paesi alleati. La stima di Confindustria appare a prima vista in conflitto con quel quadro. Non lo è necessariamente: la ragione sta in una distinzione che la letteratura recente ha cominciato ad approfondire.
Un working paper di BBVA Research del 2025 — Buy Guns or Buy Roses? EU Defence Spending Fiscal Multipliers — disaggrega la spesa militare dell’Unione Europea per componenti e trova risultati molto eterogenei. La spesa in conto capitale (acquisto di equipaggiamenti, sviluppo di piattaforme, costruzione di infrastrutture) genera un moltiplicatore cumulato che raggiunge il 2,4% del PIL tendenziale dopo due anni, ben al di sopra dell’unità. La spesa per il personale — stipendi, pensioni militari, oneri sociali — non supera lo 0,8, esaurendo rapidamente i propri effetti. Il moltiplicatore aggregato nell’intorno di 1,4-1,6 nel breve periodo per l’UE27 si sgonfia nel medio termine, confermando il quadro del paper CEPR: la spesa militare dà una spinta, ma non trasforma strutturalmente la traiettoria di crescita.
Questo risultato illumina il punto centrale della tesi di Confindustria. Un moltiplicatore pari a due non è incompatibile con la letteratura se si assume che la quota prevalente della nuova spesa vada alla componente capitale e che questa rimanga all’interno della filiera italiana: contratti di sviluppo con Leonardo, Fincantieri, Avio Aero e la rete di piccole e medie imprese specializzate che compone oltre l’80% del settore aerospaziale nazionale, con fatturato superiore a 21 miliardi di euro e un’intensità in ricerca e sviluppo del 5% dei ricavi. Il rischio è che questa condizione non sia affatto garantita: le grandi acquisizioni di sistemi d’arma si decidono spesso su scala NATO, con consorzio multinazionale, e la quota nazionale dipende dalla forza contrattuale dell’industria locale e dalle scelte politiche sui contenuti produttivi obbligatori. Conigrave e Shin sottolineavano proprio questo: gli effetti più duraturi si producono quando i governi colgono il momento per riformare il procurement, non quando si limitano ad aumentare i volumi di spesa.
C’è un secondo nodo su cui la letteratura invita alla cautela. Il Fondo Monetario Internazionale, nel capitolo 2 del World Economic Outlook di aprile 2026, ha documentato che circa i due terzi dei recenti boom di spesa militare sono stati finanziati in disavanzo, con un aumento medio del deficit di 2,6 punti percentuali tre anni dopo l’avvio del boom. Per l’Italia, paese che parte già da un rapporto debito/PIL tra i più elevati dell’area euro, la modalità di finanziamento non è un dettaglio tecnico: spesa a debito significa interessi aggiuntivi, possibile spiazzamento dell’investimento privato, e un margine fiscale più stretto per le politiche future. La stima del +3% di PIL di Confindustria non si pronuncia su questo punto.
Il quadro che emerge non smentisce la tesi industriale di Confindustria — la sfida di trasformare il riarmo in politica industriale è reale e urgente. Ma il dividendo non è automatico: dipende da cosa si compra, da chi lo produce, da come si riforma il sistema di approvvigionamento e da chi paga il conto.
Foto di Achim Scholty





