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Inflazione e potere d’acquisto: cosa succede ai risparmi fermi sul conto corrente

Con un’inflazione al 2% il potere d’acquisto si erode di quasi il 18% in dieci anni. Ecco perché non fare nulla è già una scelta e quali strumenti esistono per difendersi

In sintesi

  • L’inflazione al 2% sembra trascurabile, ma agisce in modo composto: in dieci anni riduce il potere d’acquisto di circa il 18%
  • Il rendimento che conta non è quello nominale, ma quello reale, al netto dell’inflazione
  • Un conto corrente a tasso zero con inflazione al 2% produce un rendimento reale di -2% ogni anno
  • Esistono tre strumenti principali per difendersi, con profili di rischio e complessità molto diversi: conto deposito vincolato, BTP Italia, ETF su obbligazioni indicizzate all’inflazione
  • La scelta tra questi strumenti dipende dall’orizzonte temporale e dalla propensione al rischio, non dalla congiuntura

Con la guerra nel Golfo l’inflazione è tornata prepontentemente di attualità, ma ogni buon risparmiatore dovrebbe ricordare che preservare il potere d’acquisto non è questione limitata agli episodi di crisi. Ecco allora una piccola guida ai concetti e agli strumenti da conoscere.

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L’inflazione al 2% sembra poco. Non lo è

Negli anni 2022 e 2023, quando l’inflazione in Italia ha superato l’8%, il tema era impossibile da ignorare. Bollette, carrello della spesa, mutui: l’erosione del potere d’acquisto era visibile e immediata. Poi i prezzi si sono stabilizzati. La Banca d’Italia stima un’inflazione all’1,4% per il 2026, con una convergenza verso il 2% entro il 2028. I mercati poi si sono calmati, e con loro l’attenzione; fino allo scoppio della guerra tra USA e Iran.

Ma il punto che spesso si tende a dimenticare è che l’inflazione non fa male solo quando si surriscalda.

Il problema è che un’inflazione “normale” al 2% annuo non è innocua — è solo silenziosa. Agisce in modo composto, anno dopo anno, senza allarmi. Applicando la matematica dell’interesse composto, 10.000 euro fermi su un conto corrente oggi varranno in termini reali circa 8.200 euro tra dieci anni, sempre che l’inflazione si mantenga sul target della Banca Centrale Europea. Non si tratta di una perdita nominale: il saldo sul conto resta invariato. Ma ciò che si riesce ad acquistare con quella cifra si riduce sistematicamente.

Il punto di partenza, quindi, non è “quando tornerà l’inflazione alta”. È che l’inflazione ordinaria, quella che non fa notizia, è già sufficiente a produrre danni strutturali ai risparmi inattivi.

Come si misura il danno: il tasso di interesse reale

La metrica che i risparmiatori tendono a ignorare è il tasso di interesse reale, che si calcola sottraendo l’inflazione al rendimento nominale netto di un investimento — al netto, cioè, di tassazione e costi.

Un conto corrente tradizionale remunera i depositi a un tasso prossimo allo zero. Con un’inflazione al 2%, il rendimento reale è −2% annuo: non si guadagna nulla, si perde potere d’acquisto in modo silenzioso. Un conto deposito vincolato al 3% lordo, dopo la tassazione del 26%, rende il 2,22% netto: con inflazione al 2%, il rendimento reale si riduce a circa 0,2% — positivo, ma appena percettibile. Serve almeno un 4% lordo per ottenere un margine reale dell’ordine dello 0,7-0,8%, tenendo conto sia della tassazione al 26% sia dell’imposta di bollo annua dello 0,20%.

Lo stesso principio vale per qualsiasi strumento finanziario. Un BTP con cedola al 3,5% beneficia della tassazione agevolata al 12,5%: il rendimento netto è circa 3,06%, che con inflazione al 2% lascia un rendimento reale di circa 1%. Un ETF obbligazionario con rendimento medio lordo al 4%, soggetto invece alla tassazione ordinaria del 26%, rende circa 2,96% netto: con un’inflazione al 3%, il rendimento reale diventa sostanzialmente nullo — un dato che dovrebbe far riflettere chiunque consideri questo strumento come protezione automatica dall’inflazione.

Tre strumenti per non perdere terreno

Non esiste una risposta universale alla domanda su come difendersi dall’inflazione. Esistono strumenti con caratteristiche diverse, adatti a profili e orizzonti temporali diversi.

Conto deposito vincolato

È il punto di ingresso più semplice. Le banche online propongono conti deposito con tassi tra il 2,5% e il 4% annuo, a condizione di vincolare il capitale per un periodo che va da tre mesi a cinque anni. Il capitale è garantito fino a 100.000 euro dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, e la tassazione sugli interessi è del 26%. Il rendimento reale, con un’inflazione al 2%, è positivo — ma limitato, e non protegge in modo diretto da eventuali rialzi dell’inflazione nel corso del vincolo.

BTP Italia

È il titolo di Stato italiano progettato specificamente per la protezione dall’inflazione nazionale, misurata dall’indice FOI (famiglie di operai e impiegati) elaborato dall’Istat. Il capitale viene rivalutato ogni sei mesi in base all’inflazione registrata, e le cedole vengono calcolate sul capitale rivalutato. La tassazione è agevolata al 12,5%, inferiore a quella ordinaria sui redditi finanziari. Il BTP Italia è acquistabile direttamente in asta durante i periodi di collocamento o sul mercato secondario tramite qualsiasi intermediario. Il rischio principale è quello di credito (l’emittente è lo Stato italiano) e, in caso di vendita anticipata, quello di mercato.

ETF su obbligazioni indicizzate all’inflazione

Per chi vuole esposizione all’inflazione con una diversificazione geografica più ampia, gli ETF che replicano indici di obbligazioni inflation-linked rappresentano un’alternativa. I più diffusi in Europa includono titoli indicizzati all’inflazione di diversi paesi dell’eurozona o legati ai TIPS americani (Treasury Inflation-Protected Securities). Rispetto al BTP Italia, offrono maggiore diversificazione ma anche maggiore complessità: la duration — cioè la sensibilità del prezzo alle variazioni dei tassi di interesse — è un elemento da considerare. In un contesto di tassi in calo, questi strumenti tendono a beneficiarne; in un contesto di rialzo, possono registrare perdite temporanee in conto capitale.

Le trappole più comuni

La prima e più diffusa è l’attesa. Tenere la liquidità sul conto “in attesa del momento giusto” per investire ha un costo implicito ben definito: il rendimento reale negativo accumulato nel frattempo.

La seconda è fermarsi al tasso lordo pubblicizzato. Un conto deposito al 4% lordo, dopo la tassazione del 26% e l’imposta di bollo dello 0,20%, scende a un rendimento effettivo di circa 2,76% netto — che con un’inflazione al 2% lascia un margine reale di circa 0,76%, non del 2%. La differenza non è trascurabile su orizzonti pluriennali.

La terza è inseguire i tassi senza considerare la durata del vincolo. Bloccare il capitale per cinque anni su un conto deposito ad alto rendimento può rivelarsi controproducente se, nel frattempo, i tassi di mercato salgono ulteriormente o le esigenze di liquidità cambiano.

L’approccio più razionale non è cercare il rendimento più alto in assoluto, ma costruire un’allocazione coerente con l’orizzonte temporale disponibile e con le reali esigenze di liquidità.

Foto di Carlito

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