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Pianificazione finanziari: quante azioni in portafoglio? Una nuova formula rivede le regole tradizionali

Una nuova formula, elaborata dal professor James Choi dell’università di Yale, ravviva il dibattito su una delle principali domande della pianificazione finanziaria: quante azioni avere in portafoglio? L’età non è l’unica variabile e il risultato è in molti casi originale.

Quante azioni ci dovrebbero essere in portafoglio? Per decenni, una delle risposte più diffuse alla principale domanda sulla pianificazione finanziaria è stata una regola empirica semplicissima: sottrarre la propria età da 100, e investire la percentuale risultante in azioni. A 40 anni, 60% in azioni; a 60, solo il 40%. Semplice, immediata, certo. Ma secondo diverse ricerche abbastanza imprecisa da costare fino al 2% del benessere complessivo nell’arco di una vita intera.

James Choi, professore di finanza a Yale, ha proposto qualcosa di diverso: una formula più sofisticata ma ancora calcolabile con un foglio di calcolo, che tiene conto della situazione specifica di ciascun investitore. Lo studio Practical Finance, pubblicato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research, è stato recentemente ripreso e adattato dal Wall Street Journal, che ha testato la formula su tre profili tipo. Il risultato di queste prove è molto interessante. In quasi tutti i casi, la formula suggerisce un portafoglio più orientato alle azioni rispetto alle regole tradizionali.

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Il punto di partenza della formula è che i redditi da lavoro futuri — e i contributi pensionistici che devono ancora arrivare — si comportano, nel complesso, come un’obbligazione. Le variazioni dello stipendio non sono storicamente correlate all’andamento dei mercati azionari. Chi ha ancora molti anni di lavoro davanti ha già, implicitamente, una grande componente “obbligazionaria” nel proprio patrimonio complessivo, e può permettersi di essere più aggressivo con il portafoglio finanziario.

Come ha spiegato lo stesso Choi: il mercato scende del 20%, ma ci sono ancora decenni di stipendi in arrivo — si può assorbire quella perdita.
La quota azionaria ottimale dipende quindi non solo dall’età, ma anche da quanto si è già accumulato rispetto a quanto reddito resta da percepire in futuro. E qui emerge uno degli aspetti più controintuitivi della formula: più si risparmia, più la formula diventa conservativa. Quando il patrimonio finanziario è già molto elevato rispetto ai redditi futuri attesi, aumentare la quota azionaria significherebbe mettere a rischio una porzione significativa delle risorse complessive di una vita.

Vediamo allora come si comporta la formula di Choi per tre profili di investitore completamente differenti.

Un lavoratore di 25 anni con 70.000 dollari di reddito annuo e 25.000 dollari di patrimonio investito: la formula suggerisce il 100% in azioni. La regola “100 meno l’età” si ferma al 75%, i fondi pensione target-date di Vanguard all’91%.

Una coppia di 50 anni con 160.000 dollari di reddito combinato e 400.000 dollari investiti: la formula indica l’88% in azioni. Ma se la stessa coppia ha 800.000 dollari investiti, la quota scende al 53% — meno anche della regola “100 meno l’età” (50%). Più capitale accumulato, meno rischio relativo è necessario assumere.

Una coppia in pensione a 70 anni con 72.000 dollari di pensione sociale e 1 milione di dollari investiti: con una tolleranza al rischio nella media, la formula suggerisce il 38% in azioni (contro il 30% della regola classica); con una tolleranza più alta, sale al 64%. La regola tradizionale e i fondi Vanguard si fermano entrambi intorno al 30-31%.

Oltre a età, reddito e patrimonio, la formula richiede un ulteriore input: il proprio livello di avversione al rischio, espresso su una scala da 1 a 10 (dove 10 è la massima cautela). Questo punteggio, determinabile rispondendo ad alcune domande ipotetiche, può fare una differenza significativa nel risultato finale.
La formula non cerca di massimizzare il patrimonio accumulato nel tempo, ma la soddisfazione ricavata dalla spesa nell’arco di tutta la vita — una distinzione concettuale importante. Ogni euro aggiuntivo conta sempre di meno man mano che si è già benestanti: la formula ne tiene conto.

Gli stessi autori e gli esperti consultati dal WSJ identificano alcuni limiti rilevanti. La formula non include il valore della casa di proprietà né il debito del mutuo, pur non essendo l’unica linea guida a non farlo. Si basa inoltre su ipotesi che non si adattano a tutti: presuppone che la crescita del reddito segua quella media di un laureato e che la probabilità di morire anno per anno coincida con le tavole di mortalità governative. In sintesi: l’incertezza nel prevedere il reddito futuro, l’andamento dei mercati e le altre variabili personali è un limite fondamentale di qualsiasi formula di questo tipo.

Choi stesso riconosce questi limiti, ma sostiene che incorporare anche una stima approssimativa dei redditi futuri sia comunque preferibile all’ignorarli del tutto nella pianificazione finanziaria.

Qui sta il punto interessante. La formula di Choi non è infallibile, ma rappresenta un passo concreto verso una pianificazione finanziaria più razionale e personalizzata. Il messaggio di fondo è chiaro: smettere di trattare il portafoglio finanziario come se fosse l’unico asset in gioco, e iniziare a considerare anche il valore economico dei redditi futuri. Farlo cambia spesso la risposta — nella direzione di una maggiore esposizione azionaria rispetto a quanto suggeriscono le regole tradizionali, specialmente nelle fasi centrali della vita lavorativa.

Fonte: Choi, J.J., Liu, C., Liu, P. (2025). “Practical Finance: An Approximate Solution to Lifecycle Portfolio Choice.” NBER Working Paper No. 34166. Esempi tratti da Wall Street Journal, febbraio 2026.

Illustrazione di Mohamed Hassan

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