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Un lunedì mattina col petrolio sopra i 100 dollari

Il petrolio torna sopra i 100 dollari al barile, l’incertezza rimane il vero problema per i mercati finanziari.

Oggi il nostro blog doveva occuparsi di fiscal drag, una conseguenza dell’inflazione, ma le notizie che giungono dai mercati in queste ore, e che l’inflazione rischiano di generarla, hanno preso il sopravvento. Di fiscal drag ne parleremo domani, oggi è più stringente una piccolissima riflessione sul prezzo del petrolio, riuscito a ritornare sopra i 100 dollari. Una sorta di miracolo trumpiano al contrario, un passaggio dal “drill drill drill” al “bomb, bomb bomb” che lascia i mercati finanziari in preda al loro peggior incubo: l’incertezza.

L’impresa di riportare il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile non era per nulla facile, anzi forse quasi impossibile. L’ultimo report dell’IEA – lo abbiamo raccontato a metà febbraio – ci ricorda come la domanda per quest’anno è vista debole, in salita di circa 850 mila barili al giorno, mentre il surplus di offerta potrebbe toccare i 3,7 milioni di barili al giorno. Un rapporto tra domanda ed offerta che ha permesso nel 2025 di accumulare oltre 440 milioni di barili di greggio a riserva. Numeri che non si vedevano dai tempi della pandemia e che, pur ripuliti dalla consistente quota di greggio sottoposta a sanzioni, hanno costituito la maggior spinta al ribasso per il prezzo del petrolio.

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In queste ore si parla di un intervento straordinario dei paesi del G7 per rendere disponibile una parte delle riserve per far tornare il prezzo del greggio sotto i 100 dollari. Ma anche questa iniziativa rischia di dimostrarsi vana se alla base dovesse rimanere l’elemento principale che sta scatenando l’ondata di risk off sui mercati: l’incertezza.

Una fiammata del petrolio, di per sé, non rappresenta una minaccia consistente. Una prolungata fase di difficoltà dell’intera catena produttiva e distributiva del petrolio può far deragliare l’economia globale innescando un’ondata inflazionistica che potrebbe costringere le banche centrali a rivedere le loro posizioni. Tra questi due scenari diametralmente opposti c’è quella cosa che potremmo chiamare strategia.

Qual è la strategia di questa guerra? Cosa si vuole raggiungere? In queli tempi? Si tratta di domande a cui nessuno, fino ad oggi, ha saputo dare una risposta sufficientemente chiara.

Ai mercati finanziari, cinici come sono, non interessa molto che il mondo sia in fiamme, ma l’incertezza sulla durata dell’incendio quella si, quella fa molto male ai mercati.

È lunedì mattina e non vogliamo sembrare troppo pessimisti. Come spesso è accaduto in questi casi la via d’uscita potrebbe essere dietro l’angolo, magari sotto forma di vittoria di nessuno – Trump che sostiene di aver annientato il regime e il regime che sostiene di aver resistito alle bombe di Trump – caldeggiata dai tanti interessi in campo che cominciano a non digerire bene gli svolazzi del mercato.

Foto di Matteo Baronti

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