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Intelligenza artificiale: i datacenter e la fame di energia

Uno studio pubblicato dal CEPR misura per la prima volta la dimensione reale dell’infrastruttura digitale globale e i suoi effetti sui sistemi elettrici locali. I numeri mettono in discussione l’idea che la transizione digitale sia un processo a basso impatto fisico.

A gennaio 2026 l’amministrazione Trump ha chiesto a PJM Interconnection, il principale operatore di rete elettrica degli Stati Uniti, di obbligare le grandi aziende tecnologiche a partecipare a gare per contratti di fornitura energetica a quindici anni.

A marzo, i colossi del settore sono stati convocati alla Casa Bianca per firmare un impegno formale a farsi carico dei costi di potenziamento della rete. Il motivo è semplice e politicamente scottante: le bollette elettriche americane sono cresciute del 32% rispetto al 2019, con aumenti ancora più pronunciati nelle aree ad alta concentrazione di datacenter. Il problema non è più solo tecnico: è diventato una questione di consenso elettorale.

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Il contesto in cui si inserisce questa pressione politica è ricostruito con precisione in uno studio pubblicato a fine marzo dal CEPR a firma di Fabrizio Ferriani e Andrea Gazzani, entrambi economisti della Banca d’Italia. La loro ricerca combina dati struttura per struttura con statistiche sul consumo elettrico a livello subnazionale per Stati Uniti ed Europa, offrendo una delle analisi più complete mai prodotte sull’impatto energetico dei datacenter.

Il numero di strutture attive nel mondo è cresciuto di oltre il 140% dal 2010, superando quota 6.500 nel secondo trimestre del 2025. Ma il dato più significativo riguarda la capacità computazionale disponibile: la potenza IT installata a livello globale è aumentata di circa il 900% nello stesso periodo, raggiungendo più di 55 gigawatt. Gli Stati Uniti mantengono una posizione dominante, con circa il 50% della capacità IT mondiale contro il 18% dell’Europa e il 10% della Cina.

La struttura del mercato è altrettanto rilevante. I datacenter con potenza superiore a 10 megawatt rappresentano meno del 20% delle strutture globali ma concentrano oltre l’80% della capacità complessiva. Quattro grandi operatori americani — AWS, Google, Meta e Microsoft — controllano da soli circa il 70% della capacità auto-costruita a livello mondiale. La corsa verso impianti sempre più grandi non accenna a rallentare: un datacenter di Meta in costruzione in Louisiana è progettato per raggiungere i 2 gigawatt di capacità, con possibilità di espansione fino a 5.

Il consumo elettrico di questi impianti è cresciuto a un ritmo del 12% annuo dal 2017, oltre quattro volte più veloce del totale dei consumi elettrici mondiali. Le stime globali per il 2024 oscillano tra 415 e 450 terawattora, con proiezioni che indicano un possibile raddoppio entro il 2030 fino a 1.260 terawattora, pari al 4,4% della domanda elettrica mondiale nello scenario più espansivo.

La dimensione locale del problema è tuttavia quella che genera le tensioni più immediate. Nel 2024 sei stati americani registravano una quota di fabbisogno elettrico assorbita dai datacenter pari o superiore al 10%, con la Virginia in testa al 26%. In Europa, l’Irlanda si distingue nettamente con quasi un quarto della domanda elettrica nazionale attribuibile ai datacenter. Lo studio documenta anche una correlazione positiva e statisticamente significativa tra la concentrazione di datacenter e il livello dei prezzi al dettaglio dell’energia nelle aree interessate.

Le implicazioni che i ricercatori individuano sono di tre ordini. Il primo è distributivo: i benefici dell’infrastruttura digitale si diffondono ampiamente, ma i costi — in termini di prezzi più alti, congestione della rete e aggiornamenti infrastrutturali — ricadono in modo sproporzionato sulle famiglie e le imprese delle aree ospitanti.

Il secondo riguarda la tensione con la transizione energetica: nei percorsi di crescita più rapida, la competizione per l’accesso alla rete elettrica rischia di rallentare gli obiettivi di decarbonizzazione, costringendo a scelte difficili tra sviluppo digitale e traguardi climatici.

Il terzo, che lo studio definisce il più rilevante per l’Europa, è strategico: con meno di un quinto della capacità IT globale e una forte dipendenza dagli hyperscaler americani, il continente si trova in una posizione di vulnerabilità per quanto riguarda i servizi cloud, l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale e la governance dei dati.

Le politiche energetiche, le normative sull’accesso alla rete e le scelte di localizzazione delle infrastrutture digitali si stanno intrecciando con agende geopolitiche e pressioni sui bilanci familiari. Il datacenter non è solo lo scaffale invisibile su cui gira internet: è diventato un nodo critico del sistema economico, con un peso fisico ed energetico che le economie avanzate stanno iniziando soltanto ora a misurare davvero.

Foto di Thomas G.

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