Tra gli strumenti meno noti ma più utili per seguire l’inflazione americana in tempo reale c’è l’Inflation Nowcasting della Fed di Cleveland: un modello aggiornato ogni giorno lavorativo che stima la variazione annualizzata di indice prezzi CPI e PCE per il trimestre in corso, incorporando i dati giornalieri sul petrolio, i prezzi settimanali della benzina e le uscite mensili dei prezzi al consumo.
La Fed di Cleveland pubblica stime anche su base mensile e annua, ma la variazione trimestrale annualizzata è la più prospettica: cattura le tendenze in corso prima che si consolidino nei dati ufficiali, ed è per questo la più seguita dagli operatori di mercato per anticipare le mosse della banca centrale.
I dati relativi al secondo trimestre 2026, disponibili dal 1° aprile, mostrano una traiettoria preoccupante. Il CPI annualizzato aveva aperto il trimestre al 6,37%, era sceso fino al 4,72% intorno al 9 aprile, per poi risalire con continuità fino al 6,95% del 13 maggio, valore più alto registrato dalla serie dall’inizio del trimestre. PCE e Core PCE seguono la stessa direzione, rispettivamente al 5,77% e al 3,60% nell’ultima lettura disponibile del 15 maggio.

Il dato che merita attenzione particolare è però il Core CPI, che esclude energia e alimentari: rimasto stabile intorno al 2,56% per quasi tutta la prima metà di aprile, il 12 maggio ha compiuto un balzo a 3,28%. Un segnale che l’inflazione non è più confinata agli energetici — cioè all’effetto diretto del conflitto in Iran sui prezzi del petrolio — ma ha cominciato a diffondersi nella componente di fondo. È esattamente il tipo di dinamica che preoccupa Gundlach e Yardeni, e che rende il compito di Kevin Warsh al suo debutto alla guida del FOMC ancora più delicato.
Illustrazione di Gerd Altmann





