Una settimana economica densa, quella dal 2 al 7 marzo 2026, dominata da due grandi narrazioni che si sovrappongono e si amplificano. Da un lato, il conflitto in Medio Oriente — e il quasi azzeramento dei transiti nello Stretto di Hormuz — ha scosso i mercati energetici con violenza inattesa, rimettendo in discussione le traiettorie di inflazione e politica monetaria in tutto il mondo.
Dall’altro, la settimana ha portato una sequenza fitta di dati e decisioni istituzionali: dati Istat incoraggianti sull’Italia, lo Spring Statement britannico, una sentenza storica sui dazi americani, un jobs report statunitense che ha sorpreso al ribasso e le grandi assemblee di Pechino e il segnale di Tokyo. Il filo che lega tutto è uno: l’incertezza è tornata a farsi sentire, e le banche centrali si trovano di nuovo a dover gestire rischi che si muovono in direzioni opposte.
Italia
La settimana ha restituito un quadro statistico ricco di spunti, con l’Istat che ha pubblicato diversi aggiornamenti rilevanti.
Sul fronte del lavoro, il dato di gennaio conferma una tendenza positiva: l’occupazione è cresciuta dello 0,3% rispetto a dicembre e il tasso di disoccupazione è sceso al 5,1%, con un calo di 0,4 punti percentuali su base mensile e addirittura -22,7% su base annua per il numero assoluto di persone in cerca di lavoro. È il livello più basso da quando la serie storica è disponibile.
I consumi mostrano segnali di tenuta: le vendite al dettaglio a gennaio sono aumentate dello 0,6% rispetto a dicembre e del 2,3% su base annua, una progressione che, pur modesta, va nella direzione di un graduale allentamento della prudenza delle famiglie italiane.
Positivi anche i dati sull’industria: il fatturato di dicembre ha segnato +0,5% in valore rispetto al mese precedente, ma il dato più interessante riguarda i volumi, cresciuti dell’1,7%, a indicare che la ripresa è reale e non solo un effetto dei prezzi. I servizi chiudono il quarto trimestre con un +0,3% in volume.
Sul fronte macroeconomico, i conti nazionali del quarto trimestre confermano che nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5% in volume rispetto al 2024, in linea con le attese. Il deficit in rapporto al PIL si è attestato al -3,1%, in miglioramento rispetto al -3,4% del 2024, ma ancora appena sopra la soglia del 3% prevista dal Patto di Stabilità europeo. Un segnale di progressi che lascia però aperta la questione del rientro entro i parametri di Maastricht.
Sull’inflazione, il dato preliminare di febbraio registra un’accelerazione significativa: +1,6% su base annua, il doppio di gennaio, con la variazione mensile più alta dal 2022 (+0,8%). Un rimbalzo che per ora non riflette ancora l’impatto dello shock energetico legato alla guerra in Medio Oriente — quel segnale arriverà nei dati di marzo e aprile.
Europa e Gran Bretagna
La settimana europea è stata dominata dall’appuntamento di martedì 3 marzo a Londra, quando la Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves ha presentato alla Camera dei Comuni lo Spring Statement 2026, l’aggiornamento di metà anno sulle finanze pubbliche britanniche.
Il documento non conteneva nuove misure fiscali — il governo ha scelto di riservare le decisioni di politica tributaria all’unico grande evento annuale, l’Autumn Budget — ma era corredato dalle previsioni aggiornate dell’Office for Budget Responsibility (OBR), che ha abbassato la stima di crescita per il 2026 dall’1,4% all’1,1%, citando dati del PIL più deboli del previsto nella seconda metà del 2025, un mercato del lavoro che rallenta e un clima d’incertezza nelle imprese. Le prospettive per il 2027 e 2028 sono state invece lievemente riviste al rialzo, all’1,6%.
La Reeves ha potuto rivendicare che il percorso di consolidamento fiscale è sostanzialmente rispettato: il debito pubblico si sta stabilizzando intorno al 95% del PIL, il disavanzo è atteso in calo progressivo fino a circa l’1,6% entro il 2030-31 e il margine di sicurezza rispetto alle proprie regole fiscali è aumentato di 1,9 miliardi di sterline rispetto a novembre. Un margine che però rimane storicamente esiguo.
L’ombra che si proietta su tutto il documento è quella geopolitica: l’OBR ha esplicitamente avvertito che i suoi calcoli sono stati completati prima dell’escalation militare in Medio Oriente avvenuta il 28 febbraio, e che i rischi al ribasso per la crescita e al rialzo per l’inflazione sono ora significativamente più acuti. I mercati obbligazionari hanno reagito spingendo verso l’alto i rendimenti dei gilt, già tra i più elevati tra le economie avanzate, riflettendo sia le aspettative di inflazione più alta sia quelle di meno tagli dei tassi da parte della Banca d’Inghilterra nel breve periodo.
In Europa, l’inflazione dell’Eurozona si è attestata all’1,9% a febbraio secondo la stima flash di Eurostat, poco sotto il target BCE. Uno scenario che, in condizioni normali, avrebbe favorito ulteriori tagli dei tassi nella seconda metà dell’anno — ma che ora rischia di essere sconvolto dallo shock energetico in corso.
Stati Uniti
Chiusura di settimana concitata per l’economia americana, su due fronti distinti: la partita giudiziaria sui dazi e il deterioramento del mercato del lavoro.
Dazi: il giudice ordina i rimborsi. Mercoledì 5 marzo il giudice Richard Eaton della U.S. Court of International Trade di New York ha stabilito che tutte le imprese che hanno pagato i dazi imposti da Trump ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) — dichiarati illegali dalla Corte Suprema il 20 febbraio scorso — hanno diritto al rimborso integrale, con interessi. La sentenza si applica a tutti gli importatori, anche a quelli che non avevano ancora intentato causa. Il volume in gioco è enorme: secondo i dati della U.S. Customs and Border Protection, si tratta di oltre 166 miliardi di dollari riscossi attraverso più di 53 milioni di singole operazioni doganali, per oltre 330.000 aziende. Venerdì 6 marzo il CBP ha dichiarato al tribunale di non essere in grado di conformarsi immediatamente all’ordine, per mancanza di sistemi adeguati a gestire un rimborso di massa su questa scala, e ha chiesto circa 45 giorni per predisporre una procedura digitale. Il giudice, che in udienza aveva commentato secco «viviamo nell’era dei computer», ha respinto la richiesta di sospensiva dell’amministrazione. La Casa Bianca si prepara ad appellare, mentre Trump avanza in parallelo nuovi dazi del 10-15% per sostituire quelli annullati.
Mercato del lavoro: brutte sorprese. Venerdì 6 marzo il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato il report sull’occupazione di febbraio: l’economia ha perso 92.000 posti di lavoro, contro le aspettative di un modesto guadagno di 50.000-60.000 unità. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%. I tagli sono diffusi: sanità (-28.000, dovuto in parte a uno sciopero alla Kaiser Permanente), servizi informativi (-11.000), manifatturiero (-12.000), governo federale (-10.000). Sono stati rivisti al ribasso anche i dati dei mesi precedenti, portando la media a tre mesi a poco più di 6.000 unità e quella a sei mesi in territorio negativo.
Le reazioni dal mondo Fed non si sono fatte attendere. Mary Daly, presidente della Fed di San Francisco, ha dichiarato a CNBC che i dati «ci dicono che la speranza che il mercato del lavoro si fosse stabilizzato era forse troppa» e ha sottolineato come la banca centrale si trovi ora a fronteggiare contemporaneamente entrambi i rischi del suo mandato: inflazione sopra il target e un mercato del lavoro in indebolimento. Un «rock and a hard place», lo ha definito Morgan Stanley. I mercati scontano una probabilità superiore al 95% che la Fed lasci i tassi invariati nel meeting del 17-18 marzo, con il primo taglio del ciclo atteso non prima di luglio.
Resto del mondo
Cina: il target di crescita più basso dal 1991. Il 5 marzo si è aperta a Pechino la sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (NPC), il massimo organo legislativo cinese. Il premier Li Qiang ha presentato il rapporto di governo con un obiettivo di crescita per il 2026 compreso tra il 4,5% e il 5%, il primo formale abbassamento del target dal 2023 e il più basso dagli anni Novanta (escludendo il 2020, quando Pechino non aveva fissato alcun obiettivo a causa della pandemia). Li ha definito il contesto attuale come un «paesaggio grave e complesso, in cui shock esterni e difficoltà interne si intrecciano». Le pressioni strutturali sono note: deflazione persistente, crisi immobiliare al quinto anno, investimenti fissi in calo per la prima volta in decenni (-3,8% nel 2025), consumi interni deboli. L’NPC ha anche varato il 15° Piano Quinquennale (2026-2030), incentrato su tecnologia, AI, robotica e semiconduttori domestici. Pechino non ha annunciato nuovi maxi-stimoli, confermando la preferenza per un sostegno graduale e selettivo.
Giappone: la BoJ frena, colpa di Hormuz. Lunedì 2 marzo il vicepresidente della Bank of Japan Ryozo Himino ha tenuto un discorso a Wakayama in cui ha confermato l’orientamento verso un graduale rialzo dei tassi verso la neutralità, ma ha evitato deliberatamente di segnalare mosse imminenti: «voglio monitorare attentamente la situazione» in Medio Oriente, ha detto. Il messaggio è stato interpretato dai mercati come un de facto rinvio del prossimo rialzo — atteso ora nella seconda metà del 2026 — subordinato all’evoluzione dell’inflazione core, alla dinamica salariale (le principali sigle sindacali puntano a rinnovi sopra il 5%) e al comportamento dello yen. Il contesto è reso più complicato dalla crisi di Hormuz: il Giappone importa circa il 90% del proprio fabbisogno energetico attraverso rotte che transitano quello stretto, e uno shock prolungato riporterebbe pressioni inflazionistiche indesiderate proprio mentre la BoJ cerca di normalizzare la politica monetaria su basi solide.
Guerra e petrolio: lo choc di Hormuz. L’evento economicamente più rilevante della settimana — e probabilmente del trimestre — riguarda le conseguenze energetiche del conflitto in Medio Oriente. A seguito degli attacchi di Stati Uniti e Israele sull’Iran avviati il 28 febbraio, i transiti di petroliere nello Stretto di Hormuz sono crollati da una media di 24 navi al giorno a soli 2-4 unità a inizio settimana. Circa 200 grandi cisterne risultano bloccate nel Golfo Persico. Attraverso quello stretto passano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio — il 20% della produzione mondiale — e una quota rilevante del GNL globale. Il Brent ha superato gli 85 dollari al barile, con un guadagno settimanale superiore al 17%, il maggiore dal 2022. Il gas naturale TTF ha registrato picchi intraday del 25%, prima di un parziale ritracciamento giovedì sulla notizia — poi non confermata — di possibili aperture negoziali iraniane. Il presidente Trump ha annunciato che la Marina americana potrebbe scortare le petroliere attraverso lo Stretto, senza finora convincere i mercati.
Venerdì 6 marzo, a margine della conferenza «Asia 2050» a Bangkok, la direttrice generale del FMI Kristalina Georgieva ha fornito la stima ufficiale: un aumento del 10% dei prezzi dell’energia che si protragga per un anno si tradurrebbe in +0,4 punti percentuali di inflazione globale e in un rallentamento della crescita mondiale dello 0,1-0,2%. Numeri che, in uno scenario di disruption più prolungata, si moltiplicherebbero significativamente. Goldman Sachs ha stimato che se il Brent rimanesse agli attuali livelli per i prossimi mesi, l’inflazione USA potrebbe risalire dal 2,4% di gennaio fino al 3% entro fine anno — rendendo ancora più difficile il percorso verso i tagli dei tassi che i mercati continuavano a scontare per il 2026.






