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Stati Uniti, occupazione cresce anche ad aprile 2026 e batte le attese
La settimana economica (4-9 maggio 2026): UniCredit all’assalto, i gilt britannici sotto pressione, i chip Nvidia finiscono in Cina via Bangkok?

La settimana economica (4-9 maggio 2026): UniCredit all’assalto, i gilt britannici sotto pressione, i chip Nvidia finiscono in Cina via Bangkok?

Unicredit lancia l’OPS su Commerzbank, gilt e Starmer sotto pressione in Gran Bretagna, dazi USA ancora bocciati e rumor di strani passaggi di chip verso la Cina. Una settimana economica calda, quella dal 4 al 9 maggio 2026.

Mentre il mondo resta col fiato sospeso in attesa di capire se si concretizzerà un accordo tra USA e Iran, la settimana economica dal 4 al 9 maggio ci consegna moltissime notizie interessanti, alcune delle quali avranno sicuri sviluppi nelle prossime settimane. Si va dall’OPS di Unicredit su Commerzbank alla debacle del Labour nelle eleziono in Gran Bretagna (con i gilt – i titoli di stato inglesi – in sofferenza). Negli USA è ancora tempo di trimestrali, mentre i dazi di Trump subiscono un altro stop e Nvidia finisce al centro di uno strana triangolazione che porterebbe – stando all’inchiesta giornalistica – i suoi chip in Cina.

Italia, Unicredit all’assalto e la risposta di Commerzbank

La settimana si è chiusa con UniCredit protagonista assoluta del panorama finanziario europeo. Il 5 maggio l’istituto guidato da Andrea Orcel ha formalizzato l’offerta pubblica di scambio su Commerzbank, offrendo 0,485 nuove azioni UniCredit per ogni azione Commerzbank, con la finestra principale di adesione aperta fino al 16 giugno 2026. Il nodo più delicato è il prezzo implicito dell’offerta: i 31,07 euro proposti rappresentano uno sconto dell’8,7% rispetto ai 34,02 euro di chiusura del giorno precedente al lancio. Difficile convincere gli azionisti di Commerzbank con queste condizioni, e la risposta tedesca non si è fatta attendere.

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Sul fronte industriale, la banca di Francoforte ha risposto con dati trimestrali da record e un ambizioso piano strategico. Nel primo trimestre 2026, Commerzbank ha registrato un risultato operativo in crescita dell’11% a 1,4 miliardi di euro, il livello più alto della sua storia, con un utile netto di 913 milioni, in aumento del 9% rispetto all’anno precedente. L’amministratrice delegata Bettina Orlopp ha dichiarato che UniCredit “non offre alcun premio e il piano di integrazione comunicato rimane vago e presenta notevoli rischi di esecuzione”, pur dichiarandosi aperta al dialogo qualora UniCredit fosse disposta a offrire condizioni più favorevoli.

Ma è la dimensione politica a rendere la partita particolarmente complicata per Orcel. Il 7 maggio, al IHK-Tag di Berlino, il cancelliere Friedrich Merz ha inserito la scalata di UniCredit in un ragionamento più ampio su capitali, infrastrutture economiche e fiducia nella Germania produttiva. Il messaggio è stato netto: la Germania non accetta acquisizioni ostili nel settore bancario e comportamenti di questo tipo “distruggono la fiducia, non la costruiscono”. I colloqui diretti tra i vertici dei due istituti, avviati all’inizio dell’anno, si sono interrotti dopo Pasqua. La partita rimane aperta, ma il clima — industriale, politico e di mercato — è tutt’altro che favorevole a Orcel.

Europa, per la BCE il dilemma sui tassi

Il tema dominante a Francoforte è l’inversione di prospettiva rispetto a un anno fa. Mentre nell’estate del 2025 la BCE concludeva il suo ciclo di tagli portando il tasso sui depositi al 2%, quel livello resta oggi invariato: il tasso sui depositi è al 2%, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e il tasso sui prestiti marginali al 2,40%. La riunione del 30 aprile ha confermato la pausa, ma le dichiarazioni di Lagarde hanno sorpreso i mercati: la presidente ha rivelato che il Consiglio direttivo ha discusso a lungo e in maniera approfondita anche un possibile rialzo dei tassi — una discussione che ha coinvolto tutti i componenti del Consiglio. La colpa, in larga misura, è del petrolio: il conflitto in Medio Oriente ha riportato il Brent verso quota 100 dollari al barile, riaccendendo le pressioni inflazionistiche.

In questa settimana le voci dei banchieri centrali si sono moltiplicate, con posizioni non sempre allineate. Piero Cipollone, membro italiano del Comitato esecutivo della BCE, ha confermato che la situazione attuale sta deviando dalle projezioni di marzo, aumentando la probabilità di un adeguamento dei tassi. Sulla stessa linea Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, che ha condizionato il mantenimento dello status quo a un netto miglioramento dei dati di giugno. Sul fronte opposto, François Villeroy de Galhau — il governatore della Banca di Francia, che lascerà l’incarico proprio a giugno — ha scritto questa settimana nella sua lettera annuale al Presidente della Repubblica francese che la politica monetaria deve restare prudente e che prima di qualsiasi possibile inasprimento è necessario aver raccolto una massa critica di dati. I mercati, nel frattempo, stanno già prezzando due rialzi da 25 punti base entro la fine del 2026. La riunione decisiva sarà quella dell’11 giugno, la prima accompagnata dalle nuove projezioni macroeconomiche aggiornate.

Gran Bretagna, che sofferenza per Starmer (e per i GILT)

Una settimana difficile, sia sul fronte politico che su quello finanziario, per il governo Starmer. Le elezioni locali del 7 maggio hanno consegnato un verdetto pesante: Reform UK ha conquistato 1.257 seggi ottenendo il controllo di 10 consigli, il Labour ha perso 1.121 consiglieri e 28 consigli, i Conservatori hanno perso 488 seggi, mentre i Verdi hanno guadagnato 287 seggi e tre consigli. Secondo la projezione nazionale di Sky News, Reform UK ha ottenuto il 27% del voto, con i Conservatori al 20%, il Labour al 15%, i Verdi al 14% e i Liberal Democrats al 14%. Un segnale politico clamoroso, anche se queste elezioni non modificano i rapporti di forza a Westminster. Starmer ha dichiarato venerdì che non si dimetterà, definendo il risultato “davvero difficile”.

Il mercato dei gilt ha vissuto una settimana di notevole tensione, alimentata dall’incertezza politica e dallo shock energetico. Il rendimento dei gilt a 30 anni ha toccato il livello più alto dal 1998, salendo fino a 5,78%, con i titoli decennali che hanno superato il 5,10%. Il Regno Unito ha oggi i costi di finanziamento governativo più alti nel G7, con i rendimenti su tutte le scadenze di 10, 20 e 30 anni tutti oltre la soglia del 5%. Gli analisti hanno sottolineato che i potenziali successori di Starmer vengono percepiti dai mercati come figure favorevoli a maggiore spesa pubblica, il che alimenta pressioni ulteriori sui titoli di Stato. A fine settimana, con l’annuncio di Starmer e i segnali di un possibile accordo USA-Iran che allontanano lo spettro inflazionistico, i rendimenti hanno ripiegato: il trentennale è sceso a circa 5,63% e il decennale è tornato sotto il 4,9%.

Stati Uniti, trimestrali, dazi e quel passaggio di chip…

La stagione degli utili del primo trimestre 2026 continua a sorprendere in positivo. FactSet prevede una crescita degli utili per le aziende dell’S&P 500 pari al 27,1%, il tasso più elevato dall’indice dal quarto trimestre del 2021. Questa settimana tre nomi di peso hanno contribuito a sostenere il quadro.

Palantir ha dominato la scena lunedì 4 maggio con risultati che hanno polverizzato le attese. I ricavi sono cresciuti dell’85% anno su anno a 1,63 miliardi di dollari, mentre l’EPS adjusted si è attestato a 0,33 dollari contro i 0,28 attesi. Il CEO Alex Karp ha alzato la guidance annuale a 7,65 miliardi, un rialzo del 10% rispetto alle stime precedenti, con il fatturato commerciale americano cresciuto del 133%. Mercoledì 6 maggio è stato il turno di Disney, primo report sotto il nuovo CEO Josh D’Amaro: ricavi in crescita del 7% a 25,2 miliardi, con un EPS adjusted di 1,57 dollari contro 1,45 dell’anno precedente, guidato dalla tenuta dei parchi a tema e dai progressi nel segmento streaming. Giovedì 7 maggio McDonald’s ha confermato la solidità dei consumi di fascia economica: ricavi a 6,52 miliardi (+9% annuo) con EPS di 2,83 dollari contro i 2,75 attesi, e comparable sales globali a +3,8%, trainate dal successo dei menu a prezzo fisso.

Sul fronte normativo, la settimana ha portato una nuova sconfitta per l’amministrazione Trump sul tema dei dazi. Il 7 maggio la Court of International Trade di New York ha dichiarato illegali con voto 2-1 i dazi globali al 10% che Trump aveva introdotto dopo che la Corte Suprema, in febbraio, aveva già abbattuto la precedente tornata di dazi più elevati. I giudici di maggioranza hanno stabilito che i dazi sono “invalidi” e “non autorizzati dalla legge”. L’amministrazione farà appello, ma la vicenda legale si annuncia lunga.

Infine, una notizia che rischia di diventare il caso più rilevante in tema di controllo delle esportazioni di semiconduttori. Secondo Bloomberg, OBON Corp, una società di Bangkok collegata al programma di intelligenza artificiale nazionale thailandese, è sospettata di aver contribuito a contrabbandare miliardi di dollari di server Super Micro contenenti chip avanzati di Nvidia verso la Cina, con Alibaba tra i clienti finali. Il Dipartimento di Giustizia americano aveva già incriminato a marzo il co-fondatore di Super Micro per aver orchestrato un sistema di reindirizzamento delle spedizioni attraverso il Sud-Est asiatico, per un valore totale di almeno 2,5 miliardi di dollari. Nvidia e Alibaba hanno negato qualsiasi coinvolgimento diretto. La vicenda solleva interrogativi seri sull’efficacia dei controlli all’esportazione e potrebbe portare a nuove restrizioni sulle vendite di chip nell’intera regione.

Resto del Mondo. Il Giappone a difesa dello yen

Lo yen è stato senza dubbio la valuta più seguita dai mercati globali in questa settimana. A fine aprile la moneta giapponese si era deprezzata oltre la soglia psicologica di 160 per dollaro, il livello più basso dall’estate del 2024, che in passato aveva già innescato interventi ufficiali. La risposta di Tokyo non si è fatta attendere: il Giappone avrebbe impiegato circa 10.000 miliardi di yen complessivi in operazioni sul mercato valutario condotte tra il 30 aprile e i primi giorni di maggio, con l’ultimo intervento stimato in circa 4.000 miliardi di yen, pari a circa 21,7 miliardi di euro.

Sul piano comunicativo, le autorità giapponesi hanno alzato il tono in modo significativo. Il 7 maggio un funzionario governativo ha dichiarato che il Giappone non affronta alcun vincolo sulla frequenza dei suoi interventi sui mercati valutari ed è in contatto quotidiano con le autorità statunitensi, precisando che la classificazione FMI del Giappone come regime di cambio fluttuante non limita la frequenza con cui le autorità possono intervenire. Un segnale di difesa attiva della valuta che i mercati hanno recepito chiaramente: lo yen si è poi stabilizzato attorno a 155-156 per dollaro. Sullo sfondo rimane però il nodo strutturale: la Bank of Japan ha mantenuto i tassi al 0,75% nella riunione di aprile, riducendo nel contempo la previsione di crescita per l’anno fiscale 2026 allo 0,5% dall’1,0%, in uno scenario penalizzato dall’incertezza commerciale e dal caro energia. Fintanto che il differenziale di tasso con gli Stati Uniti resterà così ampio, la pressione ribassista sullo yen non è destinata a scomparire, e gli interventi rischiano di rivelarsi un rimedio temporaneo più che una soluzione strutturale.

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