Le ultime settimane sono state particolarmente turbolente per il settore tecnologico. Sui mercati e tra gli investitori il dibattito ha subito una trasformazione significativa: si è passati dal chiedersi quanto e quando l’industria dell’intelligenza artificiale sarà profittevole, a interrogarsi su come e quando l’IA inizierà a erodere i profitti — e la sopravvivenza stessa — di altri settori e industrie tecnologiche. Ne abbiamo avuto un assaggio la settimana scorsa con la cosiddetta SaaSapocalypse. Nel weekend, a tenere banco è stato un altro documento destinato a fare discutere: il Citrini Report.
Pubblicato il 22 febbraio su Substack da CitriniResearch, il documento immagina un mondo nel 2028 in cui i rapidi progressi dell’intelligenza artificiale moltiplicano la produttività ma rendono obsoleta gran parte del lavoro umano, scatenando ondate di licenziamenti, un crollo della spesa dei consumatori e un tracollo degli indici azionari come l’S&P 500. È bene precisare subito – cosa che del resto è stata fatta dagli stessi autori – che non si tratta di una previsione, ma di un esercizio di scenario che esplora un aspetto della rivoluzione tecnologica legata all’IA che ancora non è stato del tutto focalizzato dai mercati e dai legislatori.
Lo scenario si apre nell’ottobre 2026, con l’S&P 500 vicino a quota 8.000 e il Nasdaq sopra i 30.000 punti. Le prime ondate di licenziamenti legate all’automazione iniziano già nel 2026, ma il mercato reagisce positivamente: i margini aziendali si espandono, gli utili battono le attese, e i capitali liberati dal taglio del personale vengono reimpiegati nell’acquisto di infrastrutture AI. Il PIL nominale cresce a ritmi sostenuti, la produttività registra i tassi più alti dagli anni Cinquanta. In apparenza, tutto funziona.
Il problema emerge quando si guarda sotto la superficie. I guadagni di produttività non si distribuiscono ai lavoratori ma si concentrano tra i proprietari del cosiddetto capitale computazionale. I salari reali calano, i lavoratori del settore white-collar perdono posti e vengono assorbiti in ruoli peggio retribuiti, e la spesa al consumo — che rappresenta circa il 70% del PIL americano — inizia a contrarsi. Si crea una sorta di paradosso, l’economia cresce spinta da un aumento considerevole della produttività, ma la ricchezza non circola. Per descrivere questa situazione gli autori usano l’espressione “Ghost GDP”: un output che appare nelle statistiche nazionali ma non circola nell’economia reale.
Il meccanismo appena descritto si auto-alimenta: le aziende licenziano, usano i risparmi per investire in AI, l’AI diventa più capace, e il ciclo ricomincia. Nel frattempo, i lavoratori rimasti impiegati riducono la spesa preventivamente, temendo di essere i prossimi. La contrazione dei consumi colpisce le aziende che vendono a privati, che a loro volta tagliano costi investendo ancora più in AI.
Il contagio si estende poi al settore finanziario. Il mercato del private credit, gonfiatosi fino a 2.500 miliardi di dollari con una quota significativa investita in aziende SaaS, si trova esposto a crediti il cui valore era stato costruito su assunzioni di crescita ricorrente dei ricavi — assunzioni che l’AI ha reso obsolete. I default si moltiplicano, le agenzie di rating declassano miliardi di debito, e le assicurazioni sulla vita che avevano investito in questi strumenti vengono messe sotto pressione dai regolatori.
Il colpo finale nello scenario descritto riguarda il mercato immobiliare. I mutui prime — contratti da lavoratori con ottimo merito creditizio — cominciano a mostrare segnali di stress nelle città ad alta concentrazione di impieghi white-collar come San Francisco, Seattle e Austin. I modelli di rischio del sistema finanziario erano stati costruiti assumendo che quei redditi fossero stabili. Non lo sono più.
Gli autori concludono con una nota lucida: lo scenario non è inevitabile, ma i rischi sono reali e ancora largamente sottovalutati dai mercati. La domanda non è se l’intelligenza artificiale continuerà a migliorare — su questo non ci sono dubbi — ma se le istituzioni economiche e politiche riusciranno ad adattarsi abbastanza in velocemente da evitare le conseguenze più severe.
Foto di Joe







