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Il mercato grida alla “SaaSpocalypse”, ma i numeri non ci sono e per l’IA c’è un problema di risorse

La chiamano SaaSpocalypse ed è l’ultima “minaccia” dell’intelligenza artificiale allo scenario economico globale. L’idea che l’IA possa cancellare interi settori produttivi agita i mercati finanziari, ma i numeri non sembrano confermare questa visione catastrofica.

Se la nota arriva da un fondo da 12 miliardi di dollari che batte il 99% dei suoi concorrenti nell’arco di un anno, allora non è un segnale da ignorare. Nick Evans, gestore del fondo tecnologico globale di Polar Capital, ha fatto una scommessa netta: vendere quasi tutto il portafoglio di software applicativo — SAP, ServiceNow, Adobe, HubSpot — e non tornarci.

La sua tesi è in linea con il grande spauracchio che agita in queste settimane i mercati finanziari: l’IA rappresenta una minaccia esistenziale anche per le aziende. E nel caso in specie, per quelle che costruiscono i software che usiamo ogni giorno. Gli strumenti di coding basati sull’intelligenza artificiale si sono evoluti al punto da poter replicare e modificare il software esistente, rendendo i clienti stessi i potenziali concorrenti delle aziende che li servono. Tradotto in numeri sui mercati finanziari: l’ETF che traccia il settore software USA ha perso il 22% dall’inizio dell’anno; i semiconduttori, nel frattempo, sono saliti.

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Questa è la cornice entro cui si sta sviluppando il dibattito attorno a quella che i mercati finanziari hanno battezzato “SaaSpocalypse” — un termine che combina SaaS (Software as a Service, il modello di distribuzione del software via abbonamento cloud che ha dominato l’ultimo decennio) e apocalypse.

L’idea è che l’IA agentiva stia per rendere obsoleti interi strati di software aziendale, comprimendo la crescita dei ricavi di migliaia di società che si sono indebitate pesantemente per costruire i propri prodotti. Il mercato del debito privato si è già mosso: il credito delle software company è finito sotto pressione, i bond scendono di prezzo, i lender chiedono rassicurazioni.

Una situzione piuttosto critica, tanto che alcune aziende hanno deciso di correre ai ripari con una mossa insolita: pubblicare i propri risultati in anticipo rispetto al calendario normale, per segnalare stabilità. McAfee, Rocket Software, Cloudera — tutte aziende private con debiti significativi — hanno rilasciato dati preliminari nel tentativo di calmare i mercati. I numeri, nella maggior parte dei casi, mostrano crescita modesta o stabilità, non un collasso.

Ma il mercato continua a vendere. E qui entra il gioco un elemento da non sottovalutare: i bruschi movimenti delle ultime settimane, al momento, sono alimentati più da aspettative che da dati reali. La narrativa corre più veloce dei numeri, si potrebbe dire. I numeri, infatti, almeno quelli disponibili oggi, non mostrano ancora la catastrofe prevista.

Se qualcuno pensa che il destino sia segnato e che la strada verso la SaaSpocalypse e la “distruzione” di interi settori da parte dell’IA sia ormai rettilinea, non fa i conti con almeno due elementi: la sostenibilità della domanda di chip e i pochi dati empirici disponibili. Spieghiamoci meglio.

Sul fronte hardware, la corsa all’IA sta creando una crisi silenziosa ma severa nel mercato dei chip di memoria. Secondo un’analisi recente, i prezzi dei DRAM sono cresciuti fino al 90% nel trimestre in corso, con i data center IA che assorbono enormi volumi di chip, sottraendoli al mercato consumer e ai produttori di PC. Amazon e Alphabet hanno annunciato investimenti in infrastruttura IA rispettivamente da 200 e da 175-185 miliardi di dollari per il 2026, investimenti tali da portare il free cash flow di entrambe vicino allo zero. Western Digital ha già esaurito la capacità produttiva di hard disk per tutto il 2026, con accordi fermi fino al 2028. In altri termini: la macchina dell’IA richiede un’infrastruttura fisica enorme e costosa, e le risorse — chip, energia, capitale — non sono infinite. Una frenata degli investimenti, per qualsiasi ragione, si ripercuoterebbe rapidamente sull’intera catena.

Sul fronte dei dati, invece, l’invito alla cautela viene da Parmy Olson, giornalista di Bloomberg tra le voci più lucide su questi temi. In un commento recente, Olson osserva che il mercato si muove su narrazioni e aneddoti, non su evidenze quantitative solide. Le statistiche sulla produttività nazionale sono in lieve crescita, ma nei ranghi storici. Il mercato del lavoro non mostra disruption significative dall’avvento di ChatGPT. E uno studio rigoroso del gruppo METR ha rilevato che gli sviluppatori software esperti impiegano in media il 19% di tempo in più a completare i task quando usano strumenti IA. Non meno: di più. La trasformazione è reale, ma il suo ritmo è molto più lento e accidentato di quanto le previsioni più virali suggeriscano.

Come nella bolla dot-com dei primi anni 2000, la tecnologia trasformerà il mondo — ma probabilmente non nei tempi e nei modi che il mercato, nel pieno del panico, sta scontando.

Illustrazione di Kmeel.com

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