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PIL non fa rima con sostenibilità

150 paesi hanno sottoscritto un documento nel quale si sottolinea come la focalizzazione sulla crescita economica, misurata dal prodotto interno lordo (PIL), sia tra le principali cause del declino della biodiversità.

Da decenni economisti, ambientalisti e legislatori discutono su una questione fondamentale: il Prodotto Interno Lordo è davvero il miglior indicatore per capire se un’economia sta andando bene? La risposta, in teoria, è sempre stata parzialmente negativa. Il PIL misura il flusso di beni e servizi prodotti in un dato anno, ma è del tutto cieco rispetto a ciò che viene consumato o distrutto nel processo: il capitale naturale, la biodiversità, la qualità degli ecosistemi. Un’economia può crescere mentre devasta foreste, inquina falde acquifere e spinge specie verso l’estinzione — e il PIL registrerà soltanto la crescita.

Questa vecchia questione ha trovato di recente una conferma scientifica e politica di peso insolito. Il 9 febbraio scorso, a Manchester, i rappresentanti di oltre 150 paesi membri dell’IPBES — la piattaforma scientifica intergovernativa sulla biodiversità, spesso descritta come l'”IPCC per la natura” — hanno approvato il primo Assessment Report sull’impatto e la dipendenza delle imprese dalla biodiversità. Il documento è il risultato di tre anni di lavoro da parte di 79 esperti provenienti da 35 paesi, che hanno sintetizzato oltre 5.000 fonti scientifiche e di settore.

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La conclusione più diretta del rapporto è anche quella più scomoda. Lo studio afferma esplicitamente che “l’attività economica non sostenibile e la focalizzazione sulla crescita misurata dal prodotto interno lordo” sono state tra i principali driver del declino della biodiversità, e che questo approccio “ostacola il cambiamento trasformativo” necessario per invertire la tendenza. Non si tratta di una critica ideologica, ma di una valutazione scientifica: tra il 1992 e oggi, il capitale prodotto dall’uomo è raddoppiato pro capite, mentre gli stock di capitale naturale si sono ridotti del 40%.

I numeri sulla finanza sono altrettanto eloquenti. Nel 2023, i flussi finanziari pubblici e privati con impatti direttamente negativi sulla natura ammontavano a 7.300 miliardi di dollari. A fronte di questo, solo 220 miliardi di dollari sono stati destinati ad attività di conservazione e ripristino — meno del 3% dei capitali che invece la degradano. Il co-presidente dell’assessment, il professor Stephen Polasky, ha sintetizzato la contraddizione con parole nette: “La perdita di biodiversità è una delle minacce più serie per le imprese. Eppure la realtà paradossale è che spesso risulta più redditizio per le aziende degradare la biodiversità che proteggerla.” Le imprese non sopportano il costo finanziario reale dei danni ambientali che producono, mentre chi preserva la natura raramente riesce a valorizzare economicamente questo contributo. Il mercato, da solo, manda segnali distorti.

Il rapporto avverte però che questa dinamica non può continuare indefinitamente: “Il business as usual può essere sembrato redditizio nel breve termine, ma gli impatti cumulativi di molte imprese possono attraversare soglie ecologiche critiche” con effetti sistemici sull’intera economia. Il messaggio di fondo è sintetizzato in una frase che percorre l’intero documento: “La natura è il business di tutti” — nessuna impresa, per quanto lontana dalla terra o dagli oceani, può operare senza dipendere dagli ecosistemi.

Esiste un’alternativa al PIL? Il dibattito sulle metriche di benessere alternative è in realtà maturo. Indicatori compositi come il Genuine Progress Indicator o le misure di “capitale inclusivo” tentano di incorporare il valore degli ecosistemi e la sostenibilità nel lungo periodo. Il problema, come riconosce lo stesso rapporto, non è la mancanza di strumenti: “La conoscenza e i dati necessari per rendere il sistema finanziario più verde sono già in gran parte disponibili. Rendere il sistema finanziario verde è in ultima analisi una questione di volontà politica, non di mancanza di dati o strumenti di misurazione.”

Ed è qui che il contesto geopolitico attuale complica ulteriormente le prospettive. In un momento in cui le principali potenze economiche privilegiano la sovranità industriale e la competitività nazionale rispetto alla cooperazione multilaterale, le condizioni per un cambio di paradigma nelle metriche di crescita appaiono sfavorevoli. La grande domanda che resta aperta è se servirà una crisi conclamata degli ecosistemi — e dei mercati che da essi dipendono — per convincere i governi che misurare solo ciò che si produce non è abbastanza.

Foto di Ramon M

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