C’è un equivoco che da decenni condiziona il dibattito sullo sviluppo economico nei paesi a basso reddito: l’idea che tutelare la natura e migliorare le condizioni di vita delle persone siano obiettivi in conflitto, che si debba scegliere tra l’uno e l’altro.
Un nuovo studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research, firmato da economisti di Columbia University, IESE Business School e Harvard Business School, offre prove empiriche robuste che questo conflitto non è affatto inevitabile — anzi, che il ripristino degli ecosistemi può essere uno strumento di sviluppo economico a pieno titolo.
Il tema è di stringente attualità. Secondo il rapporto State of Finance for Nature 2026 dell’UNEP, nel 2023 per ogni dollaro destinato alla tutela e al ripristino della natura, oltre 30 dollari sono stati indirizzati verso attività che contribuiscono al suo degrado Etica Sgr. Un divario enorme, che rende ancora più preziose le evidenze empiriche su cosa succede concretamente quando si investe nella direzione opposta.
I ricercatori hanno analizzato l’impatto di un programma agroforestale condotto dall’organizzazione no-profit Trees for the Future (TREES) su oltre 5.400 piccole aziende agricole in Kenya, Senegal, Tanzania e Uganda, con dati raccolti tra il 2017 e il 2024. Il programma, della durata di quattro anni, fornisce agli agricoltori sementi, alberi, strumenti e formazione su pratiche come la diversificazione delle colture, il compostaggio e la ritenzione idrica. Il suo obiettivo centrale è costruire un sistema agricolo che integri alberi, colture alimentari e colture commerciali sullo stesso appezzamento, aumentando la fertilità del suolo, la resilienza climatica e la produttività complessiva.
Per valutare l’impatto economico in modo rigoroso, i ricercatori hanno utilizzato un approccio quasi-sperimentale che sfrutta l’avvio graduale del programma in aree diverse, confrontando le aziende agricole prima e dopo il trattamento e controllando per le caratteristiche fisse di ciascuna fattoria. Come indicatore di ricchezza hanno usato il possesso di bestiame, misura diffusa e affidabile nelle economie rurali africane dove il bestiame funge sia da reddito che da riserva di valore.
I numeri sono notevoli. La probabilità di possedere bestiame aumenta del 22% nel primo anno, del 38% nel secondo e del 75% nel terzo anno dall’avvio dell’intervento. In termini assoluti, al terzo anno le aziende trattate possiedono in media circa 26 capi di bestiame in più rispetto alla situazione di partenza. Il ritorno economico sull’investimento è stimato in circa 2,28 dollari per ogni dollaro speso nel programma, al netto dei benefici sanitari e ambientali — che quindi rappresentano un ulteriore vantaggio non contabilizzato.
Sul fronte ecologico, i cambiamenti sono altrettanto significativi: il numero di alberi per azienda cresce di circa 5.200 unità al terzo anno, e le colture sia alimentari che commerciali aumentano in modo sostanziale. Questi miglioramenti sono rilevabili persino dai satelliti: l’indice di vegetazione (EVI) misurato dalle immagini Sentinel-2 mostra un aumento statisticamente significativo sulle fattorie trattate rispetto ai controlli, fornendo una conferma indipendente dei dati sul campo.
Gli effetti si estendono anche alla salute e alla sicurezza alimentare. Le famiglie partecipanti mostrano riduzioni significative della grave insicurezza alimentare e miglioramenti nella diversità della dieta, coerentemente con il maggiore accesso a una varietà più ampia di colture durante l’anno.
Lo studio dimostra che il falso dilemma tra sviluppo economico e tutela della natura può essere superato con interventi mirati. In un contesto globale in cui gli investimenti in soluzioni positive per la natura dovrebbero più che raddoppiare per raggiungere i 571 miliardi di dollari annui richiesti entro il 2030, avere evidenze quantitative sui ritorni economici di questi interventi non è un dettaglio secondario: è esattamente la base informativa di cui governi, donatori e investitori hanno bisogno per allocare meglio il capitale.
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