“L’intelligenza artificiale può aumentare non solo il livello di produttività, ma potenzialmente il tasso di crescita stesso”. Le parole di Christine Lagarde, pronunciate a novembre al BratislavAI Forum, risuonano come un campanello d’allarme per un’Europa che, nella corsa all’IA, sembra arrancare rispetto ai giganti mondiali. La presidente della BCE è stata chiara: l’obiettivo non è competere nella creazione dei modelli più avanzati, ma “dispiegare l’intelligenza artificiale in modo generalizzato”, concentrandosi sulla rapida adozione delle tecnologie esistenti. Solo così, ha spiegato, l’Europa può trasformare “un inizio tardivo in un vantaggio competitivo”.
Un messaggio che fa eco alle parole di Mario Draghi, che proprio a dicembre ha ribadito come il ritardo nell’adozione dell’IA rischi di portare il continente verso la stagnazione economica. Per l’ex presidente della BCE, lo sviluppo tecnologico rimane il principale motore della prosperità, e l’Europa non può più permettersi di restare indietro.
Ma a che punto siamo davvero? A rispondere ci pensa un’indagine coordinata dalle banche centrali di Germania, Italia e Spagna, che ha messo sotto la lente l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa nelle imprese con almeno 20 dipendenti. I risultati fotografano un panorama decisamente variegato: nel 2024, il 47% delle aziende tedesche utilizzava qualche forma di IA (il 33% specificamente l’IA generativa), contro il 31% delle spagnole e appena il 13% delle italiane. Un divario che si è ridotto nel 2025, quando l’Italia ha visto quasi raddoppiare la quota di imprese che adottano GenAI, arrivando al 24%, mentre la Germania è balzata al 58%.
Nonostante questi progressi, la maggior parte delle aziende europee utilizza l’IA in modo sperimentale o limitato. Solo una quota inferiore al 4% ne fa un uso intensivo e strutturale. Le differenze emergono anche guardando alle dimensioni: l’adozione cresce significativamente nelle grandi imprese e nei servizi, settori dove la tecnologia si integra più naturalmente nei processi esistenti. Il manifatturiero tedesco rappresenta un’eccezione virtuosa, con tassi di adozione solo di poco inferiori al terziario.
Interessante anche il dato sulle finalità: le aziende puntano soprattutto al miglioramento dei processi già automatizzati e al potenziamento delle funzioni di supporto, più che allo sviluppo di nuovi prodotti. E sul fronte occupazionale? La maggior parte delle imprese vede l’IA come uno strumento che ridistribuisce i compiti piuttosto che tagliare posti di lavoro, con alcune che addirittura prevedono nuove opportunità di impiego.
Allargando la prospettiva al panorama globale, il quadro si complica. Secondo il Microsoft AI Diffusion Report, mediamente una persona su sei nel mondo utilizza strumenti di IA generativa, con una crescita dell’1,2% nel secondo trimestre del 2025. Ma il dato nasconde profonde disuguaglianze: il Nord del mondo avanza con una crescita quasi doppia rispetto al Sud globale; paesi come gli Emirati Arabi Uniti (64% di adozione) e Singapore (60,9%) si posizionano in testa alla classifica mondiale, seguiti da Norvegia, Irlanda, Francia e Spagna.
L’Italia? Si ferma al 27,8%, collocandosi al 26° posto globale, poco sotto gli Stati Uniti (28,3%, 23° posto). Non un disastro, ma nemmeno un primato di cui vantarsi. La differenza tra chi investe massicciamente in infrastrutture digitali e politiche di supporto all’innovazione e chi resta indietro è evidente e, secondo il report Microsoft, rischia di accentuarsi ulteriormente.
Il messaggio che emerge è duplice: l’Europa è in ritardo, ma non irrimediabilmente. La crescita rapida registrata in Italia tra il 2024 e il 2025 dimostra che gli spazi per accelerare esistono. Serve però un cambio di passo: investimenti mirati, semplificazione normativa e, soprattutto, la volontà politica di trasformare l’IA da tema di dibattito a leva concreta di crescita. Come avverte Lagarde, il tempo stringe e il rischio è che il ritardo diventi strutturale.
Foto di Kohji Asakawa







