La settimana appena conclusa ha portato importanti sviluppi sui mercati internazionali, con dinamiche interessanti sia sul fronte macro che su quello delle singole società quotate.
In Italia l’attenzione si è concentrata sui dati diffusi dall’Istat sull’inflazione di dicembre, che ha registrato un lieve rialzo all’1,2% rispetto all’1,1% di novembre. Si tratta di un incremento contenuto che conferma la fase di moderazione dei prezzi, con l’inflazione media annua 2025 attestatasi all’1,5%. Particolarmente significativo il dato sull’eredità inflazionistica che il 2025 lascia al 2026, che l’Istat ha definito “nulla”, indicando che senza variazioni congiunturali l’inflazione del nuovo anno potrebbe assestarsi su valori molto bassi.
Un tema che ha dominato il dibattito pubblico nel nostro paese riguarda l’andamento del carrello della spesa. L’Antitrust ha avviato un’indagine conoscitiva sulla grande distribuzione organizzata dopo che i dati hanno evidenziato un aumento dei prezzi alimentari di quasi il 25% negli ultimi quattro anni, dal 2021 a oggi. Un incremento ben superiore ai quasi otto punti percentuali rispetto all’inflazione generale nello stesso periodo. L’Autorità intende verificare eventuali criticità nel rapporto tra fornitori e grandi catene distributive, con particolare attenzione al ruolo della Gdo nella formazione dei prezzi finali. Le associazioni dei consumatori hanno calcolato che per una famiglia tipo questo si traduce in un aggravio di spesa superiore ai 1.400 euro annui.
Sul fronte societario, Hera si è messa in luce con una performance positiva a Piazza Affari. La multiutility emiliana ha beneficiato dell’upgrade di Equita, che ha alzato il target price a 4,7 euro confermando il rating buy. Gli analisti hanno evidenziato il miglioramento del profilo di rischio della società dopo l’uscita dal mercato di ultima istanza, che riduce l’esposizione al retail. A sostenere il titolo anche le notizie sulle negoziazioni in corso per l’acquisizione di un perimetro significativo del Gruppo Sostelia, principale player privato italiano nelle tecnologie per il trattamento delle acque industriali e civili.
In Europa le prospettive per il 2026 restano caratterizzate da un quadro di crescita moderata. Gli economisti di Generali Investments confermano previsioni di crescita per l’eurozona pari all’1,4% per l’anno in corso, con aspettative di tassi BCE costanti per tutto il 2026.
Oltreoceano la settimana è stata dominata da due temi principali. Il primo riguarda la ricerca del successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, il cui mandato scadrà a maggio. L’indagine aperta dal Dipartimento di Giustizia su Powell ha complicato notevolmente i piani della Casa Bianca, irritando molti senatori repubblicani che hanno dichiarato di non voler votare alcun candidato fino alla risoluzione della vicenda. I nomi più accreditati restano Kevin Hassett, consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Warsh, ex governatore Fed, e Christopher Waller, attualmente membro del board.
Nel frattempo i mercati – anche sulla scorta dei dati stabili sull’andamento dell’inflazione – scommettono su un nulla di fatto nella prossima riunione della Fed.
Il secondo grande tema è stato l’avvio della stagione delle trimestrali con i risultati delle grandi banche. JPMorgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno tutte registrato performance positive, trainate da un boom dell’investment banking. Le commissioni da M&A e IPO hanno segnato incrementi significativi, con Morgan Stanley in crescita del 47%, Citigroup del 35% e Goldman Sachs del 25%. I ricavi da trading hanno superato le aspettative, con Goldman che ha stabilito un nuovo record nel trading azionario. Le guidance per il 2026 sono positive, con le banche che si aspettano un’intensa attività di deal anche per l’anno in corso.
Dalla Cina sono arrivati segnali contrastanti. La Banca Popolare Cinese ha lanciato una massiccia ondata di allentamento monetario annunciando stimoli per 900 miliardi di yuan e un taglio dei tassi sui finanziamenti. L’intervento mira a sostenere un’economia che mostra segni di affaticamento, con una domanda interna debole e il settore privato esitante a investire. I nuovi prestiti in yuan hanno battuto le aspettative, ma il dato più preoccupante riguarda la crescita del credito che ha toccato un minimo storico al 6,4%. Anche il Finanziamento Sociale Totale, indicatore più ampio che include obbligazioni e shadow banking oltre ai prestiti tradizionali, è in calo, suggerendo che l’intero sistema finanziario sta erogando meno risorse all’economia reale. La strategia di Pechino punta a invertire la rotta di un credit crunch strisciante attraverso politiche mirate, anche se resta da vedere se questa liquidità finirà effettivamente nell’economia reale o resterà incagliata nel sistema finanziario.
In Giappone la settimana è stata caratterizzata da forte volatilità sul mercato valutario. Lo yen ha toccato nuovi minimi contro il dollaro, avvicinandosi alla soglia critica di 160, dopo l’annuncio della premier Sanae Takaichi di voler indire elezioni anticipate per febbraio. La prima ministra intende sciogliere la Camera bassa il 23 gennaio, con voto previsto per l’8 o il 15 febbraio, puntando a rafforzare la maggioranza parlamentare sfruttando un tasso di gradimento record del 78%.
La prospettiva di elezioni ha generato preoccupazioni sul fronte della politica monetaria. Il governatore della Bank of Japan Kazuo Ueda ha ribadito la disponibilità a proseguire con rialzi dei tassi se l’economia si muoverà in linea con le proiezioni, affermando che “aspettare non è necessariamente la soluzione giusta” e che essere troppo cauti potrebbe portare a un posizionamento di mercato indesiderato. Gli analisti prevedono che la BoJ possa aumentare nuovamente i tassi entro giugno, anche se l’incertezza politica potrebbe complicare il timing delle decisioni.
Infine uno sguardo sui mercati finanziari. Sul fronte delle materie prime, l’oro ha aggiornato i massimi storici superando quota 4.600 dollari l’oncia, raggiungendo un picco di 4.601 dollari. Il rally del metallo prezioso è sostenuto da molteplici fattori: le tensioni geopolitiche in corso, i rischi per l’offerta, l’incertezza legata alla politica monetaria americana e la domanda da parte delle banche centrali. Gli investitori continuano a vedere l’oro come bene rifugio in un contesto caratterizzato da elevata volatilità e preoccupazioni sulla tenuta delle istituzioni finanziarie. Ma non mancano le voci fuori dal coro.







