La prima settimana del 2026 ha offerto un quadro economico globale caratterizzato da segnali contrastanti, con alcune economie che mostrano progressi nella lotta all’inflazione mentre altre continuano a fare i conti con una crescita anemica e consumi deboli.
In Europa, i dati di dicembre pubblicati il 7 gennaio hanno confermato una tendenza positiva sul fronte dei prezzi. L’inflazione nell’area euro è scesa al 2 per cento, in calo dal 2,1 per cento di novembre, centrando finalmente l’obiettivo della Banca Centrale Europea. Il dato è stato trainato soprattutto dal rallentamento dei prezzi energetici, che hanno registrato una contrazione dell’1,9 per cento su base annua. Anche l’inflazione core, quella che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, è migliorata attestandosi al 2,3 per cento dal 2,4 per cento precedente. Questo scenario rafforza le aspettative che la BCE mantenga i tassi stabili per buona parte dell’anno, con eventuali tagli ulteriori che appaiono sempre più lontani.
L’Italia ha fatto parzialmente eccezione, con l’inflazione che è salita all’1,2 per cento dall’1,1 per cento di novembre, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi nei servizi di trasporto che sono passati dal +0,9 per cento al +2,6 per cento, e negli alimentari sia freschi che lavorati. Il rincaro è stato in parte compensato da una maggiore deflazione per l’energia regolamentata, scesa al -5,3 per cento dal -3,2 per cento precedente. Anche l’inflazione armonizzata europea si è attestata all’1,2 per cento, un dato che rimane comunque ben al di sotto della media dell’area euro e distante dall’obiettivo del 2 per cento della BCE.
Oltreoceano, gli Stati Uniti hanno chiuso il 2025 con un mercato del lavoro che ha mostrato segni di rallentamento. Il rapporto sull’occupazione di dicembre, diffuso venerdì 9 gennaio, ha rivelato l’aggiunta di soli 50mila posti di lavoro non agricoli, ben al di sotto delle attese e con revisioni al ribasso per i due mesi precedenti. Nel complesso, il 2025 ha visto una media mensile di sole 49mila nuove posizioni, contro le 168mila del 2024. Il tasso di disoccupazione è tuttavia sceso leggermente al 4,4 per cento, rientrando dopo il picco di novembre che aveva toccato il 4,6 per cento, il livello più alto degli ultimi quattro anni. I salari medi orari sono cresciuti del 3,8 per cento su base annua, un dato che rimane superiore all’inflazione ma che non suggerisce pressioni eccessive sui prezzi.
Sul fronte della fiducia, l’indice dell’Università del Michigan per gennaio è salito a 54, in lieve miglioramento dai 52,9 di dicembre, ma rimane comunque circa il 25 per cento al di sotto dei livelli di un anno fa. Le famiglie americane continuano a essere preoccupate per i prezzi elevati e per un mercato del lavoro percepito come sempre più fragile, anche se i timori legati ai dazi proposti dall’amministrazione Trump sembrano essersi parzialmente attenuati. Le aspettative di inflazione a un anno si sono mantenute al 4,2 per cento, il livello più basso degli ultimi undici mesi ma ancora ben superiore al 3,3 per cento di un anno prima.
In Asia, il governatore della Banca del Giappone Kazuo Ueda ha ribadito lunedì 5 gennaio la determinazione della banca centrale a proseguire con ulteriori rialzi dei tassi, se l’economia e l’inflazione continueranno a muoversi in linea con le previsioni. Dopo aver portato il tasso di riferimento allo 0,75 per cento a dicembre, il livello più alto da trent’anni, Ueda ha sottolineato che salari e prezzi dovrebbero continuare a salire moderatamente, giustificando un progressivo ritiro dello stimolo monetario. La prossima riunione della BoJ, prevista per il 22-23 gennaio, sarà seguita con attenzione dai mercati per capire quale sarà il ritmo futuro della normalizzazione. I rendimenti dei titoli di stato giapponesi a dieci anni hanno toccato il 2,125 per cento, il livello più alto dal 1999, proprio sulla scia di queste dichiarazioni.
La Cina, invece, continua a mostrare segnali misti. L’inflazione al consumo è accelerata allo 0,8 per cento a dicembre, il livello più alto da febbraio 2023, trainata principalmente dall’aumento dei prezzi degli ortaggi freschi saliti del 18,2 per cento a causa della carenza di offerta dovuta al rigido inverno. Tuttavia, i prezzi alla produzione rimangono in territorio deflazionistico da oltre tre anni, riflettendo una domanda interna ancora debole e guerre di prezzo tra produttori che continuano a erodere i margini. L’inflazione core, che esclude le componenti più volatili, si è mantenuta stabile all’1,2 per cento.
Sul fronte aziendale, la settimana è stata segnata dall’annuncio che Rio Tinto e Glencore hanno ripreso le trattative per una potenziale fusione che creerebbe il più grande gruppo minerario al mondo con una capitalizzazione complessiva superiore ai 200 miliardi di dollari. L’operazione, spinta dall’aumento della domanda di rame legata alla transizione energetica e all’intelligenza artificiale, vede Rio Tinto con una scadenza fissata al 5 febbraio per presentare un’offerta formale o dichiarare definitivamente di non essere interessata. I mercati hanno reagito con un balzo del 10 per cento per le azioni Glencore, mentre quelle di Rio Tinto hanno ceduto terreno, segnalando lo scetticismo degli investitori sul prezzo dell’operazione. I prezzi del rame hanno toccato nuovi massimi storici superando i 13mila dollari per tonnellata, rendendo ancora più strategico il controllo delle risorse minerarie.







