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Commercio internazionale: Global Shipping Report fotografa un ottobre col freno a mano tirato

I dati di ottobre del Global Shipping Report confermano che il commercio internazionale si muove oggi con il freno a mano tirato

I dati del Global Shipping Report di ottobre 2025 raccontano una storia di equilibri precari e attese prudenti. Con 2,3 milioni di container sbarcati nei porti statunitensi, praticamente invariati rispetto a settembre, il commercio marittimo americano si prende una pausa. Non è solo una questione di numeri piatti: è la seconda volta in dieci anni che ottobre registra un calo mensile, un segnale che gli importatori preferiscono aspettare piuttosto che scommettere su un futuro incerto.

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina continuano a disegnare le rotte del commercio globale, anche se in forme più sottili e complesse rispetto agli anni passati. I container provenienti dalla Cina sono aumentati del 5,4% rispetto a settembre, una ripresa modesta dopo due mesi di calo. Ma se allarghiamo lo sguardo, il quadro cambia: rispetto a ottobre 2024 i volumi sono ancora in ribasso del 16,3%, e la distanza dal picco di luglio 2024 rimane netta, con 219 mila container in meno al mese.

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Dietro questi numeri c’è una strategia di approvvigionamento che si è fatta più cauta. Gli importatori americani hanno anticipato ordini nei mesi precedenti, una mossa classica quando si profilano cambiamenti nelle tariffe doganali. Questa tattica del “frontloading” spiega perché la crescita annuale degli import nei primi dieci mesi del 2025 si è progressivamente ridotta: era vicina al 10% a gennaio, oggi sfiora appena l’1%. Il mercato ha accelerato quando poteva, ora frena.

La quota cinese sulle importazioni totali americane è salita al 34,9% in ottobre, dal 33% di settembre. Un rimbalzo che riflette la ripresa mensile, ma che va letto nel contesto di un accordo commerciale siglato a inizio novembre tra Washington e Pechino. L’intesa prevede una riduzione delle tariffe americane sui prodotti cinesi di dieci punti percentuali, portandole al 10%, mentre la Cina sospende le misure ritorsive introdotte nella primavera del 2025 e rimuove i controlli sulle esportazioni di terre rare, gallio e grafite. Si tratta di minerali strategici per batterie, semiconduttori e tecnologie di difesa, la cui interruzione aveva creato non pochi mal di testa alle supply chain occidentali.

L’accordo offre una tregua, ma non risolve le questioni strutturali. Restano sul tavolo i nodi del trasferimento tecnologico, dei sussidi industriali e dell’accesso ai mercati. E soprattutto, rimangono in vigore altre tariffe contestate in tribunale, mentre la Corte Suprema americana esamina la legittimità di alcuni dazi imposti con poteri di emergenza economica. Gli importatori sanno che la stabilità attuale potrebbe essere temporanea, e questo spiega perché preferiscono mantenere ordini contenuti piuttosto che riempire i magazzini.

I porti americani riflettono questa prudenza con performance molto diverse tra loro. Long Beach ha registrato un aumento del 9,1%, Miami del 12,9%, mentre Los Angeles è scesa del 5,5% e Savannah del 6,1%. Sono variazioni che suggeriscono aggiustamenti nelle rotte e nelle preferenze logistiche, più che un’espansione generalizzata dei volumi. I ritardi portuali sono aumentati leggermente, ma rimangono nella norma stagionale: nessun segnale di congestione, solo la conferma che il sistema funziona a ritmi moderati.

Guardando alle categorie merceologiche dalla Cina, quasi tutti i settori principali mostrano cali a doppia cifra su base annua. Mobili e articoli per la casa, la categoria più grande, sono scesi del 13,6%, giocattoli e articoli sportivi del 30,4%, macchinari del 14% e abbigliamento tra il 22 e il 27% a seconda della tipologia. L’unica eccezione significativa riguarda le materie plastiche, cresciute del 5,8%, che hanno aumentato il loro peso fino al 14,3% del totale delle importazioni cinesi.

Il quadro si fa più interessante quando si osservano i paesi del Sud-est asiatico. Indonesia, Vietnam e Thailandia hanno registrato aumenti rispetto all’anno precedente, con l’Indonesia in particolare che cresce del 10,1%. È un segnale di diversificazione nelle catene di approvvigionamento, un processo iniziato anni fa ma che continua a modificare lentamente la geografia del commercio. Le aziende americane non abbandonano la Cina, ma costruiscono alternative.

Sul fronte della logistica, le navi cargo continuano a evitare il Mar Rosso a causa degli attacchi degli Houthi, anche se l’intensità delle minacce sembra in calo. La maggior parte delle rotte preferisce ancora circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, allungando i tempi di transito di una o due settimane. Questo significa costi più alti e maggiore complessità nella pianificazione, fattori che contribuiscono alla cautela degli importatori.

Nel frattempo, uno shutdown parziale del governo federale americano ha rallentato alcuni processi regolamentari, anche se le operazioni doganali di base continuano normalmente. Le agenzie come la Food and Drug Administration e il Dipartimento dell’Agricoltura operano con personale ridotto, il che può allungare i tempi di sdoganamento per alcune categorie di prodotti. Non è un blocco, ma un ulteriore elemento di incertezza in un contesto già complicato.

Foto di Tobias Wahlqvist

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